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intangibileamore
frammenti della memoria


Altopiano delle Rocche (AQ)

"INTANGIBILE AMORE frammenti della memoria", è un'opera narrativa di Giuseppe Nitto, tutti diriti sono riservati.

In questo blog saranno pubblicati ampi stralci del libro e così foto dei luoghi dove la storia narrata si dipana.



Altopiano delle Rocche (AQ)


Celano (AQ)


Scario (SA)


Monte Velino (AQ)


Celano - Castello Piccolomini


Scario


Celano - La Serra


Monte Velino - Rifugio Sebastiani


Monte Velino

3 gennaio 2008
Intangibile amore: 5° capitolo
 

 

CONGIUNZIONE

 

Domani ella verrà! - Domani è certo

che il tempo mi parrà lungo, mortale,

quando commenterò sull'uscio aperto

ogni passo che suoni in sulle scale.

 

Verrà! Verrà! Ma perchè dunque, incerto,

palpito e tremo come un collegiale?

Ah, purchè tutto non sia già scoperto!

Purchè la mamma non sospetti il male!

 

Dentro una voce susurrarmi sento:

verrà... doman verrà! Chi più l'aspetta

lo ritrova più dolce il gran momento!

 

Come calda sarà la prima stretta

della sua man tremante e lo spavento

dè primi baci dietro alla veletta!

 

Olindo Guerrini , Domani ella verrà! Domani è certo

 

 

Appena arrivato ho chiamato immediatamente Esther; le ho detto "ciao sono me, sono a Napoli, quando ci vediamo?"

Lei ha detto "ciao, ben tornato Pietro... ehi! Ma quanta fretta!"

Abbastanza agitato le ho detto "dai Esther, non perdiamoci in chiacchere, preferisco vederti, parlarti da vicino... che perdiamo a fare il tempo al telefono?"

Con tono rassegnato mi ha detto "e va bene, hai sempre ragione tu, allora ci vediamo alle cinque... o non ce la fai ad aspettare?"

"Ochei, va bene alle cinque, ciao!", Esther non perdeva il vizio di provocarmi e pertanto, giusto per farle capire che non pendevo dalle sue labbra, mi sono presentato da lei quasi alle sei. Pur di arrivare tardi, per indispettirla e farla fremere ancor di più, mi sono forzato masochisticamente, ho   fatto un lunghissimo giro con la R4.

Ho pensato "ma si, magari è una cazzata ma è meglio così!" Esther aveva detto "o non ce la fai ad aspettare"?, con soddisfazione mi sono detto "vedrai come so aspettare, e adesso tocca a te aspettare!"

Ho citofonato, la portiera è sempre qui a guardare e ad ascolare, lei ha detto "scendo subito, ciao!"; ho aspettato una buona mezz'ora quasi spazientendomi sempre più. Anche lei sa il fatto suo. Mi sono detto "Pietro, sei un pollo!!", lo stomaco intanto mi si è chiuso di nuovo e le mani hanno preso a sudarmi.

"Ciao Pietro!", ha detto Esther varcando il portone con un sorriso smagliante, abbronzatissima, con i capelli mossi e crespi.

Estasiato ho pensato "è lei, la mia dea... la mia musa...", le sono andato icontro abbracciandola con forza, baciandola noncurante dei passanti; Esther, divertita ma in evidente imbarazzo, ha detto "sei pazzo, dai smettila...".

Ci siamo infilati nella scalcinata R4, e a velocità sostenuta abbiamo sfrecciato ridendo e felici. Il volume dell'autoradio è al massimo, siamo sulle note di Bob Marley e del suo reggae erotico, il vento ci ha scombinato i capelli facendoli sfiorare.

Siamo di nuovo insieme. Tutte le nostre ansie e paure accumulate scivolano via. L'esilio è terminato. La congiunzione appena iniziata. L'aria settembrina è fresca.

Mentre l'auto fila rumorosa la guardo incantato, pervaso da un'eccitazione fortissima, caldissima provocata dal suo profumo, dal suo corpo splendente e sinuoso; mi sento quasi un animale, e forse anche questa specie di bestialità  è Eros.

Intanto Esther, maliziosamente e con charme, ha fatto scivolare la gonna quasi fin sulla vita, mostrando le gambe nude nell'intento sfacciato, stavolta trovandomi pienamente d'accordo, di stuzzicarmi, provocarmi e infiammarmi.

Si sentiva donna Esther, e libera, finalmente libera di usare la sua femminilità, il suo fascino, il suo corpo, consapevole del potere col quale poteva rendere Pietro quasi uno schiavo, d'amore, naturalmente! Ma nel contempo lei gli guardava le mani e le braccia, i suoi muscoli che si tendevano, e anelò le sue labbra carnose, fu scossa da un tremito e scese rugiada sulla sua recondita femminilità. Era fin troppo chiaro che il desiderio reciproco li magnetizzava l'uno verso l'altro.

Volevano fare all'amore, sciogliere così la loro lontananza per raccontarsi delle frasi e pensieri non detti e dei sogni, e i vagheggiamenti; ogni manifestazione del loro sentimento, ogni nostalgia passava per le loro bocche, le loro salive, i loro cuori.  Siamo andati nella zona dei Campi Flegrei. Sulla spiaggia di Capo Miseno, abbiamo passeggiato mano nella mano. Sulla sabbia si abbandonarono a teneri baci e a lunghi, intensi, silenziosi sguardi.

"Facciamo l'amore Esther?"

"Si... ma dove?"

"E già... sai, non ci avevo mica pensato... in effetti... quest'è un problema, non avere uno spazio proprio dove stare tranquilli... non solo per far l'amore."

"Proprio così prima ci bastava qualche luogo un po' appartato... ma adesso... siamo grandi!"

Le ho detto ridacchiando "vuol dire... che c'industrieremo, certo... certo... sabato i miei partono, ma sabato non è oggi, per adesso l'unica soluzione è qualche simpatico alberghetto da queste parti..."

Esther ha farfugliato dicendo "mah... mmhh... non so, non saprei..."

Ho letto nei suoi occhi una certa riluttanza a quella proposta che a dir la verità anche a me non esaltava; le ho detto "sai che ti dico Esther? Fare l'amore non è per noi... un fatto solo... fisico, certo non ci sarebbe niente di male, ma per me e per te c'è qualche cosa di di più... e allora che questo non diventi un problema, obliamo questo desiderio, trascendiamolo tranquilli... poi verrà il momento dove avremo il luogo giusto, dove staremo a nostro agio... non ci basta solo un letto, ti trovi?"

Approvò e apprezzò molto Pietro che le apparve saggio, ma soprattutto sensibile, verso di lei, verso di loro, perchèquell'intimità era preziosa. Esther fece in quegli attimi il conto con i tanti pregiudizi verso gli uomini... "sono rozzi, insensibili e pensano solo a una cosa", ma Pietro è un romantico e lui per primo desiderava per se e per lei un ambiente adeguato, bastava un qualunque materasso, delle anonime lenzuola in una squallida pensione; voleva il meglio, non il lusso o lo sfarzo, ma semplicità e pulizia. Se ne stettero su quella spiaggia a sfiorarsi, giocando con la sabbia ove disegnarono figure di stelle e di pesci. Ammirarono il tramonto rosso proprio sul mare e quella scia luminosa che accese i loro visi gli apparve come l'ennesimo dono e incantesimo. Davanti a loro le isole di Procida e d'Ischia si stagliarono nel cono d'ombra che il sole creò dietro di loro.

Abbiamo cenato in una trattoria a Monte di Procida, raccontandoci del nostro amore lontano, dei giorni trascorsi a Celano, all'Elba e a Massa. La nostalgia di Scario è viva ma il presente prospetta tempi forse ancora più felici. Rinsaldarono un sentimento già saldo colloquiando distesamente, dichiarandosi mille e mille volte il loro amore dandosi reciprocamente sprono per gli impegni che li aspettavano. Discussero inoltre anche del Gruppo e dello stage strordinario che si sarebbe tenuto da lì ad una settimana, occasione non solo per dibattere i problemi ma anche per rivedere gli amici e stare insieme per tre giorni...

"Speriamo bene Esther, qualcosa deve cambiare, e questo lo sappiamo tutti, si tratta di adeguare il nostro impegno al fatto che siamo più adulti, e che quindi possiamo dare di più. Dobbiamo, secondo me, concretizzare la nostra volontà di incidere nel cambiamento della società in un'attività da privilegiare rispetto alle altre... comunque ne riparleremo."

"Si Pietro, certo... intanto è tempo di noi, è bello riaverti... comincia un periodo importante e questo settembre è per me anche simbolico, proprio l'anno scorso cominciò... la mia crisi esistenziale! Oggi mi sento libera, serena e forte e soprattutto amata... e mi voglio bene di più... anche se amarti è la cosa più bella... che questo settembre sia davvero l'inizio di una nuova stagione, per me, per te... per noi!"

Non ho aggiunto nulla, lei ha detto tutto; ci siamo salutati "buonanotte, Esther."

"Buonanotte Pietro, a domani."

Due sere dopo si tenne l'atteso incontro.

Durante la cena si sedettero poi vicino a Renato che narrò delle sue escursioni Valdostane, lasciando poi intendere numerosi flirts con giovani villeggianti.

"E Gabriella...?",

"Eh, Gabriella... ", rispose Renato facendo intendere che quella storia era ormai conclusa.

Verso mezzanotte tutti si accomiatarono dandosi appuntamento da lì a qualche giorno per lo  stage che si sarebbe tenuto a Vico Equense, presso una casa messa a disposizione da amici di Antonio e Clara.

Renato accompagnò Pietro ed Esther.

"Ciao Esther, sentiamoci domani all'ora di pranzo, domattina vedrò il dottor Greco per gli articoli...", disse Pietro.

"Auguri allora... e vedrai che tutto andrà bene, ciao, e ciao Renato, a presto."

"Ci vediamo Esther."

I due amici aspettarono che varcasse il portone per avviarsi... "allora vecchio amico... vedo che con Esther le cose vanno più che bene è proprio innamorata, e poi è così serena, sprizza felicità... com'è diversa dalla Esther di qualche mese fa... merito anche tuo, no? E l'estate, Scario?"

Raccontò al fedele amico della vacanza Cilentana, delle good sensations, di Eros, della fusione amorosa, dei giochi d'amore sconosciuti e delle notti magiche... "poi, c'è stato il distacco, sai, dopo una settimana sempre insieme... ma come mi dicesti è stato fruttuoso per entrambi. Una delle tante prove superate felicemente. A Celano ho trascorso più di due settimane e sono stato davvero bene, tranne gli ultimi giorni... ormai, ti confesso, non ce la facevo più!"

Renato gli parlò ancora delle sue vacanze e delle avventure cui aveva accennato anche ad Esther... "ma, niente di serio sento però, come ti dissi, il bisogno di una storia intensa, di innamorarmi, forse!, in fondo queste avventure non mi lasciano granchè e, qualchevolta, mi sento solo... ma va bene così."

Discussero fino a notte inoltrata spaziando su molteplici argomenti, poi, assonnati e stanchi, fecero ritorno a casa.

L'indomani Pietro si recò di buon mattino dal dottor Greco.

Lessero insieme gli articoli, li commentarono brevemente e il Greco non nascose il suo apprezzamento. Pietro si congedò, si sarebbero risentiti tra qualche giorno anche per eventuali "piccole modifiche".

Una volta a casa aspettò con ansia che il padre tornasse per dirgli dell'incontro.

"Come vedi tutto sta andando bene, e del resto gli articoli erano ben scritti. Aspetta qualche giorno che il Greco ti richiama e, dopo le modifiche che ti proporrà, vedrai poca roba, me li fai avere e ad ottobre andranno in stampa."

Pietro, soddisfatto, finito il pranzo chiamò subito Esther per riferirle del felice esito, ricevendo complimenti ed auguri per il suo ormai imminente esordio.

Passò una settimana prima della partenza per Vico.

In quei giorni Pietro ed Esther quotidianamente scoprirono quanto era semplice e sereno vivere il loro rapporto nel loro contesto giornaliero, nella vita di tutti i giorni. In effetti, entrambi avevano avuto dei timori riguardo quella "ripresa" napoletana. Come se si fosse trattato di uscire da un sogno, da una dimensione trasfigurata. Infatti, prima di quel pomeriggio di luglio il loro era stato un rapporto discontinuo, a parte il travaglio e tutto il resto. Ma non solo era mancata l'ufficialità, per così dire, erano mancate a dire il vero parecchie cose,e quel periodo non poteva essere preso a parametro. E così i giorni che seguirono, Scario e le settimane trascorse lontane. Entrambi erano pertanto consapevoli che il loro rapporto iniziava proprio in quei giorni, banco di prova del loro giovane legame. Ma non ci volle molto per saper giostrare, tutto venne da sè in modo naturale. I corsi universitari non erano ancora ripresi e così potettero godere di una certa libertà anche se avevano ripreso a studiare. Chiaramente approfittarono della partenza della famiglia di Pietro, che andò a Positano presso i suoi nonni materni ancora in villeggiatura. Esther inventò una scusa per i genitori per rimanere a dormire a casa sua, dicendo che andava da Ileana.

Le loro anime si ritrovarono.

E così le loro pelli brucianti, il loro desiderio, le loro mani.

Fecero all'amore, instancabilmente immersi dentro Eros nel loro amore infinito. Pietro declamò le poesie scritte a Celano, parole calde e vibranti per lei, sua Musa incantata e splendente. Fu anche quasi feroce Pietro in quell'amplesso d'amore, perse qualsivoglia timore nel tentativo di toccarle il cuore, e quasi lo sfiorò per davvero. La poesia che riuscì ad evocare fu tale che Esther andò quasi in trance, come se dalla bocca di Pietro uscissero suoni e melodie e non parole; come se le sue mani fossero di fuoco e non di carne; come se la sua bocca fosse una ventosa. Si trasfigurarono entrando in una fiaba, non sembrava in quegli attimi la loro, una semplice e normale storia d'amore. Lunghi e intensi momenti di silenzio s'intervallarono a confessioni e pretese, a promesse di amore eterno e così ancora ai giochi d'amore, alle carezze più audaci e ai baci più voluttuosi. Il desiderio di Esther sembrava non avesse fine e così il seme di Pietro. Sfiniti furono vinti irrimediabilmente dalla pace. Pietro crollò per primo avendo chiesto al suo corpo e alla sua anima il massimo. Tutte le energie che aveva immagazzinato nelle settimane lontane furono sparse senza la seppur minima parsimonia, ed Esther se lo vide addormentare con il suo seno sulla bocca. Poi notò sulla parete della stanza delle fotografie che lo ritraevano bambino, nudo su un letto probabilmente nella casa di Celano, e lo guardò, aveva ancora gli stessi riccioli biondi e se ne intenerì perdutamente cullandolo come una madre, sentendolo quasi come un figlio, figlio del suo amore. E pianse, si commosse guardando il suo seno sulle labbra di Pietro, quello stesso che turgido e puntato sul suo torace le aveva baciato senza fine. Quelle lacrime di gioia e di felicità le scivolarono sulle guance fino a bagnare i capelli e il viso di Pietro che non se ne avvide. Sognava, sognava Pietro di stare con lei nel mare Cilentano dove il loro amore si era bagnato e rinfrescato. Esther pensò al suo giovane compagno e ai suoi sentimenti delicati ma anche violenti. Ripercorse i mesi andati, ma senza recriminare, senza pensare... "ah! Se l'avessi saputo prima", e neanche... "se l'avessi capito prima."

No. Non recriminò perchè sapeva troppo bene che quei mesi erano stati necessari anche se tormentati. Soltanto adesso poteva dire di star bene, convinta e sicura di se stessa oltre che di Pietro, del loro legame. Non provò alcun senso di colpa, tutti dubbi e le incertezze finirono dietro le spalle, e se pensava che quella storia potesse finire, ebbene si sentiva quasi perduta. Si addormentò quasi orgogliosa di quell'amore, sentendosi a casa sua; dolcemente si stese accanto a Pietro e si perse nelle sue braccia che nel sonno la strinsero.

Di lì a qualche giorno partirono per Vico Equense in macchina con Romolo, Ileana e Renato. Era un settembre fantastico. L'aria non troppo calda, il mare calmo, il cielo sereno e appena superata Castellammare di Stabia furono inebriati dai tipici profumi della Costiera Sorrentina coi suoi limoneti, aranceti e oleandri ancora in fiore. Arrivarono a Vico intorno a mezzogiorno, l'appuntamento con gli altri era nella ridente piazzetta del paese. Lì infatti, trovarono Antonio e Clara e gli altri amici. Si aspettò che arrivassero tutti e una volta al completo, andarono nella casa che li avrebbe ospitati per quell'incontro così atteso.

La casa era molto grande, gli amici di Antonio e Clara ci vivevano tutto l'anno ma in quel periodo erano via per un viaggio all'estero. Una vecchia costruzione dei primi anni del '900 su tre piani, con innumerovoli stanze, una grande terrazza che affaccciava sul mare quasi a strapiombo sulla spiaggia di Seiano. Le donne, coordinate da Clara, organizzarono una spaghettata sostenuta da numerose trecce di fiordilatte locale con pomodori sorrentini, il tutto innaffiato da ottimo vino abruzzese che Pietro aveva portato.

Dopo il caffè, e preso possesso delle stanze, Antonio chiamò all'adunata.

"Amici, verso le cinque, si terrà la prima riunione. Poi faremo individualmente una pausa di riflessione. Subito dopo un incontro-confronto e poi, tutti a mangiare la pizza a metro!"

E così in quei giorni quei ragazzi si interrogarono ancora sulle ragioni del loro impegno, con ampie e appassionate discussioni, confronti serrati e sinceri, e anche polemici talvolta. Ma tutto in un’atmosfera di tolleranza reciproca. Non mancarono momenti di relax, andarono a fare il bagno alla spiaggia di Seiano; e fecero anche una lunga passeggiata sulle pendici del Faito. Pietro ed Esther dormirono insieme assaporando ancora i loro sentimenti e le comunanze spirituali che li univano oltre, naturalmente, i loro corpi e il loro sensuale profumo. Domenica pomeriggio ci fu la riunione conclusiva, si tirarono le somme delle copiose e lunghe riflessioni. Il Gruppo era giunto ad un bivio. Da un lato la proposta di Pietro, Esther, Romolo ed altri, dall'altro, quella di Gianfranco ed altri ancora. Pietro aveva infatti proposto che il Gruppo dovesse scegliere un'attività come prioritaria, pur lasciando ai singoli la libertà di potersi dedicare ad altre. Fece quasi l’apologia dell'asilo incentrando la sua prolusione sulla funzione di quella struttura e dell'educazione dei fanciulli nella società quale momento fondamentale dell'impegno sociale.

"Noi sogniamo un cambiamento della società, ma sappiamo, diversamente saremmo dei visionari, che intaccare le strutture socio-economiche è impresa difficile e sicuramente per quanto ci riguarda. Pertanto l'asilo con il suo patrimonio di esperienze e per i valori che simboleggia e promuove, può essere un'occasione di svolta, proprio perchè l'educazione dei bambini guarda non solo al presente ma anche al futuro, diventando loro cittadini e uomini del domani. È una tappa importante e decisiva soprattutto se pensiamo che altre strutture similari potranno nascere oltre quelle già esistenti. Sono convinto che oltre a coloro che hanno scelto studi attinenti all'educazione e al mondo dell'infanzia e di lavorare, come gentilmente offerto da Antonio e Clara presso di loro, e così noi tutti con le nostre conoscenze e professioni che faremo, potremo e dovremo dare il nostro contributo, il nostro sostegno all'asilo per fare in modo che esso possa continuare la sua vita. Solo in questo modo forse avremo la possibilità di incidere nella società. Io per primo metto a disposizione le mie conoscenze e la professione che in un domani intraprenderò e ancora, per quanto mi sarà possibile,  mi assumo l'impegno affinchè sulla Rivista di mio padre ci sia sempre spazio per promuovere e divulgare le problematiche attinenti l'infanzia, per una pedagogia antiautoritaria e libertaria!"

E' intervenuta Esther che ha descritto in termini tecnici l'importanza delle metodologie in uso presso l'Asilo, e del loro valore per un sereno e armonico sviluppo della personalità del fanciullo, chiave di volta per la promozione di un animus non teso solo al proprio guscio, ma anche alla società, alla comunità, condizione per creare individui liberi e non schiavi degli stereotipi socio-culturali.

"Noi non abbiamo eccessive ambizioni escatologiche, nè ci illudiamo di voler plasmare una sorta di uomo nuovo. Vogliamo e ci sforziamo di intrattenere i bambini per creare tra loro un clima di rispetto e fraternità, affinchè l'Asilo diventi, in embrione, la loro, seppur piccola, prima comunità sociale, una piccola società, in parallelo a quella familiare. Trasmettere ed instillare, tramite il loro reciproco esempio, la convinzione che è possibile vivere con gli altri in armonia rispettandone gli spazi e i diritti. Questo anche attraverso le attività formative, creative e culturali che le menti libere e fantasiose di Antonio e Clara hanno saputo creare... senza contare sull'amore per i più piccoli, la predilizione dei fanciulli che è stata, è, e sarà, la ragione prima ed ultima della nostro missione."

Si sedette contenta delle sue parole, atto di fede appassionato e sentì su lei lo sguardo sorridente di Pietro che la guardò con gli occhi lucidi.

Venne il turno di Gianfranco che propose di orientarsi verso tre direttive.  Una verso l'asilo; un'altra verso l'impegno politico-partitico; e infine verso il volontariato in genere.

Ma quella proposta, anch'essa nobile e ispirata ai valori correnti, aveva però una debolezza di fondo perchè avrebbe frammentato le energie lasciando al Gruppo una funzione di mero coordinamento che con il tempo forse sarebbe venuta meno e l'identità del Gruppo si sarebbe sbiadita. E infatti, a pieni voti e con l'astensione di Antonio e Clara, la proposta caldeggiata da Pietro ed Esther, ben spalleggiati da un arguto intervento di Renato, venne premiata anche se, ovviamente, nessuno era obbligato verso la priorità che da quel momento avrebbe avuto l'Asilo.

Lo stage si è concluso in un clima di fraternità e coesione. Soddisfazione sui visi di tutti, pieni di entusiasmo e di fede, ma senza fanatismi e dogmatismi, siamo riusciti con intelligenza a sciogliere il nodo che ci ha bloccati in una impasse sicuramente più intellettuale che concreta.

In serata, sciolte le righe, abbiamo fatto ritorno a Napoli, amici più di prima e rinsaldati più di ieri.

Sui volti di Antonio e Clara, che rimanevano a Vico ancora per qualche giorno, tutti abbiamo letto gioia e gratitudine; le scelte del Gruppo testimoniano a loro favore, la loro antica e attuale dedizione è stata premiata.

Dopo una circa una settimana, Clara mi ha raccontato che la stessa sera, soli nella grande casa, lei e Antonio si sentivano leggermente tristi, la grande casa non riecheggiava più delle appassionate discussioni, certo si sentivano arricchiti e anche protetti: non è facile trovare tante persone disinteressate che ti dicono "siamo con voi. Il vostro progetto è anche il nostro. La vostra speranza è anche la nostra!"

Clara mi ha detto "abbiamo cenato frugalmente in silenzio, poi mi sono allontanta."; poco dopo Antonio mi ha cercata, ero sulla terrazza, affacciata alla balaustra. Il mare era illuminato da una luna maestosa e le lampare sull'acqua verso Sorrento sembravano lucciole, Antonio si è avvicinato e mi ha detto "Clara, Clara...", stavo piangendo. Mi sono commossa perchè quella sera ho scoperto davvero di avere tante persone che mi vogliono bene, e così ad Antonio. Abbiamo dedicato la nostra vita ai bambini, rinunciando ad avere dei figli, dei bimbi, vivendo solo di riflesso l'emozione di una gravidanza, di un parto, i patemi e le mille preoccupazioni della crescita, la difficoltà a capire i reali bisogni di un figlio, l'egoismo che prende i genitori che diventa iperprotettività, morbosità, possessività, ma un figlio è anche la tua vita, un pezzo della tua vita...”

Antonio mi ha detto dolcemente "amore mio... so perchè piangi!", ci siamo abbracciati, anche lui si è commosso  per le stesse, identiche ragioni. Si, certo, siamo stati premiati da un mare di affetto, riconoscenza e solidarietà, ma, nonostante tutto, quella sera è affiorato un alone di malinconia, di nostalgia...

Gli ho detto "sai... ho rinunciato come te ad avere dei figli per averne tanti da crescere e di questo ne sono sempre stata convinta, però talvolta, e tu lo sai, un figlio, mio, nostro... mi è mancato anche perchè quando in un domani noi non ci saremo più... lui avrebbe portato dentro il nostro sangue, il nostro ricordo... e magari un fiore dove noi riposeremo per sempre. Ma stasera ho capito che questo desiderio sarà esaudito... un domani questi nostri cari ragazzi, come dei figli, non si dimenticheranno di te e di me, e l'Asilo continuerà ad esistere, a fare del bene, e questi ragazzi, quando noi non ci saremo più, si ricorderanno... e non ci faranno mancare un fiore...", le lacrime hanno invaso le mie guance. Antonio mi ha detto "si, si Clara, ma adesso lascia che ti asciugi le lacrime anche se sono di gioia... vieni qui...", e siamo rimasti abbracciati e innamorati ad osservare le lampare sul mare, illuminati dalla luce lunare, immersi nell'umido profuno della salsedine. Siamo rientrati, una pace serena ci ha avvolti, ogni malinconia si è eclissata come d'incanto. Abbiamo avvertito in casa una presenza invisibile, ci siamo addormentati placidamente, mano nella mano come se qualcuno ci carezzasse...




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3 gennaio 2008
Intangibile amore - il plot narrativo - preludio al capitolo 5°
CONGIUNZIONE, è il titolo del V capitolo.

Congiunzione ovvero ricongiunzione, tra i nostri protagonisti.
Le vacanze sono terminate.
L'aria di settembre è tuttavia ancora calda.

I timori di Pietro si sono sciolti. Il distacco non ha nuociuto.
Esther è innammorata. E' serena.

Intanto il Gruppo di amici è una svolta.
Trascorreranno qualche giorno a Vico Equense dove sciogliere i propri dubbi...



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18 dicembre 2007
Intangibile amore: III^ e ultima parte del 4° capitolo

(segue)
"VERSO IL CIELO"

Ci siamo sulle zolle dure e pietrose ammirando il panorama mentre il vento ci fasciava "di sottilissimi nastri d'argento..." come recita un verso di un'altra poesia di Scotellaro.

Annarella ha detto "è grandioso... stupendo..."

Dopo una bella bevuta ho detto "ragazzi, questa è la Marsica,in questi luoghi ci sono le nostre radici... è la nostra terra e qui c'è anche il nostro cuore. In questa terra un giorno spero che tutti quanti noi verremo con le nostre compagne, e compagno!, e se Dio vorrà con i nostri figli. Qui c'è la nostra storia e qui riposano i nostri bisnonni, i nostri avi, e nonno Rocco, e in queste terre riposeranno anche i nostri genitori e noi li verremo ad incontrare sempre, quassù e le loro anime, vedrete, ci voleranno sfiorandoci e saranno sempre con noi. Su questa terra dove sediamo spero, come ho già detto, che verranno i nostri figli, anche loro comprenderanno, e a noi toccherà farglielo comprendere, questo tesoro, questa ricchezza fatta di cose povere e semplici... e così l'amore per gli oppressi, i maltrattati, i poveri i malati i dimenticati. Questa terra è intrisa di Dio e di amore per la carità, e non vi sembri un controsenso, amore per la giustizia e la pace, compassione per i più piccoli, le vedove e gli orfani... per i preferiti di Gesù.", non avevo affatto in mente queste parole, ma una voce mi ha ispirato, mi sono lasciato andare a una forza misteriosa che dal di dentro m'ha messo sulle labbra queste parole, gli altri hanno taciuto. Mi sono accorto che Anna ha il capo sulle ginocchia, mi sono fatto vicino a lei, abbracciandola teneramente le ho detto "Annarè, Annarè!"

Annarella si è commossa, singhiozzando ha detto "Pietro, Pietro ma è vero quello che hai detto che un giorno... la nonna, papà... mamma...?!"

Dolcemente le ho risposto dicendole "si, ma è un giorno lontano, dai, adesso non ci pensare, io l'ho detto non per piangere, ma per essere felici e ricorda che la morte è sconfitta dalla vita, dal ricordo perenne dalla testimonianza... la morte fu sconfitta tanti e tanti anni fa da Gesù Cristo e vedi, adesso Lui è con noi quassù... dentro questa terra...", le ho asciugato le lacrime sfilandomi dal collo il foulard, sul viso di Annarella è ritornato il sorriso.

Mangiato un panino, chiaccherato, e riposati, ho detto "bene ragazzi, è ora di scendere, ci aspetta una discesa non meno impegnativa della salita, mi raccomando: state a distanza, non siate rigidi sulle gambe... Giovanni vai tu avanti mentre io chiudo il gruppo, però prima di andar via ecco, vorrei che tutti insieme dicessimo una preghiera, una preghiera che conoscete tutti, che anch'io conoscevo ma che avevo dimenticato e qualche giorno fa con la nonna, grazie a lei, l'ho ricordata e forse ne ho capito il senso profondo... ecco mi piacerebbe che ciò avvenga anche in tutti voi... qui..." ho dato la mano ad Annarella che a sua volta l'ha data a Ferruccio, questi a Giacomo e così a Giovanni che ha chiuso il cerchio con me...

Ho detto "Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il Tuo regno, sia fatta la tua volontà..."

Da un aliante che scivolava sul vento tra quelle vette videro quel piccolo cerchio umano, i due occupanti del velivolo raccontarono di aver visto al centro di quella catena umana un uomo vestito di bianco che emanava una luce accecante... ma fu solo per un attimo poi quell'uomo sparì come se fosse asceso al cielo.

Naturalmente nessuno li credette!

A fine agosto sono partiti zii e cugini, prossimo appuntamento a Celano per il Natale.

Mio padre ha letto i due articoli, mi ha fatto stare sulle spine per ben due giorni, poi me li ha restituiti. Ha detto "va bene, potevi fare meglio, ho annotato a margine delle eventuali note, poi te la vedrai con il Greco, comunque bravo, eh!!" Sono soddisfatto, lui non fa concessioni a nessuno e immagino con che scrupolo li ha letti, alla ricerca di qualunque errore possibile ed immaginabile, di forma e di sostanza, vedremo come andrà a finire questo mio prossimo ed entusiasmante esordio, spero che il Greco non sia eccessivamente pignolo!!

E' il 2 settembre, l'anelato ritorno a Napoli è finalmente giunto. Esther mi richiama come una Sirena ed io mi sento quasi come Ulisse, vinto irresistibilmente da questo richiamo, non c'è nessun albero sulla mia ideale imbarcazione alla quale potrei attaccarmi, ma anche se ci fosse mi libererei, la lusinga di Eros val bene qualsiasi rischio!!

Domani si parte, ripercorrerò quella strada che giusto due mesi prima mi ha visto determinato e invaso da uno spirito prometeico mentre andavo da Esther per conquistarla, risolutamente. Ci sono nella mia vita sempre delle strade da ripercorrere; il tratto da casa mia a quella sua, vera e propria croce e delizia dei mesi andati; e ancora la strada che conduce a Celano che, appunto, due mesi prima, si era rivelata una specie di "via crucis". Poi per fortuna tutto si è rimesso in "carreggiata", adesso mi sebra tanto di andare verso una sorta di Terra Promessa, Esther...

Riflessioni: sono riuscito a sopportare la lontananza, in fondo un breve seppur intenso periodo che, caricato dai giorni a Scario, ho affrontato con serenità, attingendo a piene mani da quella straordinaria linfa vitale ed energia che il contatto con Esther mi ha trasmesso. Certo, è però singolare un aspetto, non poco rilevante: Esther è stato il mio "chiodo-fisso" per dei mesi. Non riuscivo, prima di quell'indimenticabile pomeriggio, a stare senza vederla o sentirla, soffocato dall'ansia e dalla paura, oltrechè dalla gelosia. Adesso invece sono stato capace di vivere questo distacco con serenità ed equilibrio, magari non sepre, e anzi, questa distanza, si è rivelata benefica, anche se ne avrei fatto volentieri a meno!

Ormai da qualche giorno sento di essere "in limine". Percepisco un'agitazione, un nervosismo latente e sempre crescente. Piccoli segnali e spie sono l'appetito che si è trasformato in inappetenza tanto da preoccupare mia madre e mia nonna, che fino a qualche giorno prima mi hanno visto mangiare con gusto e voracità. E cosi il sonno, sempre più rado, tanto che pur addormentandomi molto tardi la mattina sono già in piedi all'aurora. Inoltre mi chiuso dentro di me, sono distratto, spesso assente, meno ciarliero e, talvolta, ipocondriaco; ho anche dei briciori di stomaco, sento l'ansia risalirmi, e il cuore fa i capricci, battendomi forte nel petto al solo pensiero di Esther. Tutto il mio corpo manda segnali che annunciano che ho scaricato le "batterie". Tuttavia, mentre avverto queste sensazioni e manifestazioni, non sono meravigliato più di tanto; del resto me lo aspettavo, conoscendomi. L'unica cosa che però non riusco a spiegarmi è come mai proprio quando rivedrò Esther, reagisco in questi modi, quasi mi dovessi distaccare da lei per dei mesi! Non riesco a darmi una risposta, nè m'interessa più di tanto: ormai accetto ogni sfumatura e sfaccettatura dell'Amore, con tutte le sue novità e "non-sense". In serata ho deciso di farmi vivo e chiamarla, ho cinchischiato abbastanza prima di comporre il numero. Esther è Napoli, arrivata da un paio di giorni da Massa. Telefonata scarna, poche parole per dirci che stiamo "bene"; lunghe pause di silenzio. Poi ho tagliato corto; le ho detto "domani sono a Napoli, appena arrivo ti chiamo, ciao!", e ho fatto per posare ma Esther, giustamente seccata, ha detto "cazzo Pietro, aspetta un attimo!, e come vai di fretta! Non ci sentiamo da una vita e mi chiami solo per dirmi che vieni e che mi chiamerai?!, ma chi ti credi di essere Alen Delon?!"

Che magra figura, com'è brutto essere insicuri! Le ho detto "scusami Esther, scusami davvero, non volevo arronzarti... è che ho una voglia matta di vederti, di guardarti negli occhi, di parlarti in diretta... dai, non fare così..."

Esther ha detto "ochei, non parliamone più, allora ti saluto, a domani... senti.. ma... danzeremo ancora?"

"Si Esther, per giorni infiniti... a domani mia dolce sirena... buonanotte."

"Ciao, Pietro..."

Come d'incanto tutta l'ansia accumulata si è sciolta. Ho pensato "cose e' pazz'!" In serata mi è pure ritornata la fame e ho compiaciuto la nonna che per l'occasione ha preparato piatti e cibi prelibati.

E così anche i giorni tra le mie care, verdi montagne e nella vecchia casa, son scivolati. Sono stati straordinari, Esther è come se è stata con me, e in più sono accaduti fatti difficilmente dimenticabili, che m'hanno colmato il cuore: i momenti di preghiera, l'ascesa al Velino, le lunghe passeggiate sui dolci pianori, incontri caldi e affettuosi, attimi di commozione e così appassionate e interminabili discussioni e confronti.

Siamo in partenza, sono presso donna Maria Carmela, seduta sulla sua poltrona verde.

"Ciao nonna, grazie di tutto e soprattutto per la preghiera, tramite te, Dio mi ha cercato e... ecco, adesso mi sento più ricco per poter amare di più... spero di essere più libero e vicino alla... verità, quella che tu vivi ogni giorno e che io t'invidio.", inginocchiandomi le ho poggiato ancora una volta il capo sul grembo, lei mi ha carezzato teneramente, e mi ha detto "figlio mio bello, va' e fammi sapere buone notizie, e se un giorno verrai con la tua ragazza, con Esther, la nonna è qui che vi aspetta...", mi sono rialzato, tra noi è corso un sorriso splendido; lei ha detto "Va' Pietro... nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo."

Mi sono chinato per ricevere un bacio sulla fronte, le ho dato una carezza; le ho detto "ciao nonna... a presto!". Ho lasciato che gli altri potessero intrattenersi con lei, è la tradizione "al commiato". Infatti nonna, da sempre, desidera dedicare a tutti singolarmente, un breve seppur intenso momento durante il quale lei ti guarda negl'occhi, per entrare dentro ciascuno, condividerne ansie e speranze, per poter lei, nei lunghi periodi di solitudine, lontana dai suoi figli e dalle loro famiglie, saper bene di cosa intercedere presso il suo Dio. Ognuno nella sua unicità, alle prese con le proprie e spesso indivisibili tribolazioni, e lei se ne fa carico, simpatizzando con spirito di compassione, senza giammai giudicare, ma trovando l'espressione e il tono giusto per esserti accanto. Ama davvero tutti, donna Maria Carmela, come se ciascuno è l'unico, l'unico figlio, l'unica nuora, l'unico nipote. Tutti siamo i suoi preferiti perchè ognuno è il suo preferito. E nessuna gelosia è mai aleggiato in questa casa, anche per merito di nonno Rocco che con lei si è ispirato alla fratellanza e alla solidarietà. Valori preziosi, spesso quelli che vengono disattesi soprattutto in ambiti familiari, lasciando il passo alla gelosia e alla competizione con tutto il loro carico di sofferenze, ripicche e malanimo.

Annarella si è commossa inondando il grembo della sua "nonnina" di piccole lacrime; Giacomo, meno espansivo ma non per questo meno sensibile, le ha elencato tutte le sue promesse di fare il "bravo", essendo lui il discolo di casa, ma di queste promesse da "marinaio", nonna ne ha dubitato scherzosamente. Infine i miei genitori, nonna ha detto loro "voi siete una sol cosa e so di parlare ad un cuor solo... figli miei, che vi devo dire, grazie per la vostra presenza affettosa, andate in pace e continuate solerti nel vostro impegno... Gesù Cristo ve ne renderà grazia, e nei momenti di difficoltà non vi preoccupate, questa povera vecchia pregherà per voi, che Dio v'accompagni... e mi raccomando i criatùr."

"Ciao, mammà..."

Arrivederci Celano, Ciao nonna...




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18 dicembre 2007
Intangibile amore: II^ parte del 4° capitolo

( segue)

"VERSO IL CIELO"


Caro Pietro,                                                            Massa Lubrense 14 agosto 1977       

sto per partite per l'Elba con Ileana e Sandra,

dopodomani le raggiungerò a Napoli. Stò bene e sono contenta di partire. Qui a Massa mi sono riposata, ho fatto parecchio mare e incontrato molti vecchi amici; a casa tutto sommato non sono stata male e per fortuna, i miei non mi hanno fatto molte domande su Scario.

Ti ho pensato spesso, e così alla nostra storia. Ricordo i giorni di Scario, e vorrei adesso stare con te in quella nostra mansarda oppure sul patio a contare le stelle. Vorrei parlarti e ascoltarti, sapere se ancora mi ami. Ma questo nostro amore dove ci porterà... e come faremo a Napoli? Mi starai sempre vicina? Ogni tanto ho ancora delle perplessità, che vuoi farci sono fatta così! Però queste si sciolgono quando ripenso alla forza del tuo amore... ai tuoi occhi e alla tua poesia. E poi ti amo. Spero che tu stia bene lassù tra le tue care e verdi montagne, che invidio perchè stanno con te. Scrivimi, se vuoi, e pensami ogni tanto. Spero che questi giorni scorrano per entrambi veloci e felici...

Un bacio ai tuoi occhi.                                                           Esther 

 

L'ho riletta per lo meno dieci volte, quasi ad impararla a memoria. E' l'unico ponte con lei in questi giorni di silenzio. Certo, avrei desiderato che m'avesse dichiarato solo e soltanto che mi ama e che le manco. Ma va bene lo stesso...

Ho frattanto completato uno dei due articoli per la Rivista; aspetto con trepidazione l'arrivo di mio padre affinchè lo legga e mi dia il placet, per così dire. Adesso però voglio far riposare la mente e dedicarmi ad organizzare l'escursione che da qualche anno a questa parte amo fare ogni estate. La scalata del Velino: la sfida con me stesso, un'escursione difficile e stancante, ma di grande soddisfazione. Il Velino è da sempre una montagna che m'affascina, che conosco ormai a menadito, tuttavia ogni anno voglio riconquistarne la vetta, appunto, come una sfida. Da lassù si gode di un panorama fantastico: le cime del Gran Sasso, la grandezza della Maiella e così altri picchi e scenari meravigliosi tra cui la Marsica nella sua grandezza e naturalmente la Conca del Fùcino. Mio compagno di scalata è da sempre mio cugino Giovanni, grande appassionato della montagna e affezionato a questi luoghi, fortunato poi che vive a L'Aquila. Ma quest'anno è venuto il momento che anche gli altri si cimentino nell'impresa. Infatti Giacomo, Anna e Ferruccio, il fratello di Giovanni, non hanno mai raggiunto la vetta del Velino, i genitori non hanno, nel passato, dato l'assenso trovando, e forse esagerando, l'escursione troppo impegnativa e pericolosa. Ma ormai i tempi sono maturi anche per loro.

Mentre leggevo distrattamente un giornale, mia nonna mi ha avvertito che l'indomani arriverà il resto della truppa.

Le ho detto "bene, sei contenta nonna che la famiglia si riunisce?"

"Certamente, anche perchè potrebbero essere le ultime volte che ci sarò anch'io... il Signore mi sta per chiamare...", ha sospirato.

Immediatamente le ho detto "eddai nonna, e basta con questi discorsi!, come te lo devo dire?, smettila dai... senti, ti voglio declamare dei versi scritti da Rocco Scotellaro, un giovane poeta-contadino della Lucania, anche lui amava la sua terra e i suoi cafoni, morì purtroppo nel pieno della sua giovinezza. Una poesia la dedicò alla madre, me ne ricordo un passo a memoria... mamma, tu sola sei vera. E non muori mai perchè sei sicura!; ecco, nonna, la dedico a te, anche se non sei mia madre, ma il tuo affetto lo sento materno, anche tu seisicura"                                                    Donna Maria Carmela si è commossa, ha tirato fuori dal suo vestito nero un fazzoletto azzurro, si è levata gli occhiali per asciugarsi le lacrime sulle gote rosee; sospirando ha detto "Pietro, Pietro...", mi sono seduto ai suoi piedi, per terra, ponendole, come facevo da bambino e come continuo a fare, il viso sul grembo dove so di trovare sicurezza, un tepore che m'avvolge e rasserena, placandomi qualsiasi moto d'ansia, come quella volta in giugno, appena qualche settimana orsono...

Ero scappato da Napoli all'improvviso per rifugiarmi a Celano, tra le mie montagne, nella mia casa, presso quel porto profondo e sicuro, nonna. Infatti dopo lo stage tenutosi nei giorni precedenti sulle Dolomiti, ho litigato con Esther. Era stata la prima volta. In quei giorni a Selva di Val Gardena, dove l'incontro estivo si teneva da alcuni anni, ho cercato di approfittare, per così dire, della quotidiana vicinanza con Esther. Inoltre Paolo non era venuto e questo mi favoriva, mi sono sentito libero di giocare le mie carte, seppur ancora sparute. Ho passato quasi tutto il tempo libero con Esther, abbiamo fatto un mucchio di passeggiate discutendo continuamente. Ma anche durante le riunioni ho fatto sempre coppia fissa con lei, e naturalmente questo non è passato inosservato, e siamo sottostati agli sfottò di tutti gli altri. Anche in quei giorni, naturalmente, non son mancati baci, carezze e lusinghe. Ho cercato di evocare poesia e dolcezza trovando, nella scenografia meravigliosa di quelle montagne, numerosi spunti e sono stato romantico spesso e volentieri. Dopo alcuni giorni, e nonostante Esther fosse sempre titubante e angustiata dai suoi problemi, tuttavia promosso dal suo atteggiamento più disponibile, meno schizoide e, ancora, dallo stretto contatto, mi decisi per il tentativo più audace. Penultima sera, gli altri erano usciti, Esther era leggermente raffreddata e mi chiese di restare a farle compagnia. Ho interpretrato quell'invito come un segnale chiaro ed evidente. Nella cameretta che Esther divideva con Ileana ci siamo stesi sul lettino. Da bacio nacque bacio, le carezze divennero sempre più audaci, ho preso coraggio e ho cominciato a spogliarmi, ma Esther, capito cos'avessi in mente, m'ha fermato, opponendomi un rifiuto abbastanza netto, per fortuna senza arrabbiarsi. Mi ha detto che non si sentiva ancora pronta, anche se il suo corpo portava tutti i segni del desiderio. Ci siamo sbaciucchiati finchè gli altri non rientrarono nella grossa casa che ci ospitava. Certo, ci rimasi un po' male, anzi, diciamo la verità, abbastanza contrariato. Ho interpetrato, come spesso m'accadeva, frettolosamente l'atteggiamento di Esther. La sera stessa, a Renato, che dormiva con me, ho raccontato l'accaduto. Renato mi ha suggerito di aver pazienza, e dare continuità a quel legame che in quei giorni era cresciuto e stava facendo, seppur lentamente, dei passi avanti, l'incontro con Eros era solo rimandato, ed Esther si stava sciogliendo, lemme lemme.

Renato mi ha detto "l'importante è che a Napoli non si spezzi questa quotidianetà, sta alla tua abilità non diventare però oppressivo e insistente."

Gli ho detto "giusto... è la cosa più saggia!", ritornai a Napoli più fiducioso.

E invece, una volta a Napoli, ho fatto esattamente l'opposto. Probabilmente, stupidamente, ho frainteso, troppo sicuro di me e di Esther. Cominciai infatti a comportarmi, anche se con disinvoltura, come un fidanzato. Se non la vedevo sono arrivato a chiamarla anche cinque volte al giorno, presupponendo che fossimo ormai fidanzati, arrivando fino a pretendere che lei organizzasse la sua vita e la sua giornata in funzione mia, ovvero, come le ho detto "di noi due!".

Pietro si stava facendo un film-luce, e stava sbagliando tutto. Si era messo in testa tante idee sbagliate, dopo una settimana dal rientro da Selva, intuii che era meglio chiarirgli la situazione. L'ho telefonato e gli ho detto "vediamoci Pietro, ti devo parlare."

Sono andato all'appuntamento tutto sicuro che la storia andava per il verso giusto. Mi sono chiesto "che mi vorrà dire?, sicuramente che mi ama e che ogni riserva è stata sciolta!", gongolai come un deficiente.                                 Ma appena Esther è salita in macchina, mi accorsi subito che qualcosa non andava, e men che mai per il verso giusto, infatti lei si mostrò non fredda, ma gelida, rifiutando anche un gesto affettuoso di saluto.

Leggermente infastidito e indispettito le ho detto "ehi, ma che ti passa per la mente?"

Esther calma ha detto "senti Pietro, penso che tu abbia frainteso, sei diventato opprimente e io ho bisogno di sentirmi libera e tranquilla, e tu dovresti saperlo. Invece che fai? Ti comporti come un fidanzato, e già sbagli! E per giunta come un fidanzato noioso, insistente e azzeccoso, e sbagli ancora! Perciò mettiti in testa che noi non siamo fidanzati e che forse non lo saremo mai... lasciami in pace, se ti voglio vedere lo deciderò io!"

Ho fatto una pausa sotto lo sguardo quasi annichilito di Pietro, ho ripreso con veemenza e gli ho detto "vai, vai Pietro, organizzati le vacanze, divertiti, scopati qualche femmina e poi magari ne riparliamo, anzi non ne riparliamo proprio più!"

Ci rimasi di stucco, anzi di merda. Non solo la realtà, che forse con troppa immaginazione m'ero rappresentato, era completamente rovesciata e diversa, non solo Esther era completamente cambiata rispetto agli ultimi giorni, ma quel che più mi sorprese ed amareggiò, era la percezione netta di un sentimento quasi di odio, di sicura insofferenza, e ciò mi ferì. Ho pensato "si, forse ho esagerato, sono stato troppo insistente, ho travisato e son stato inoltre precipitoso, però anche Esther sta esagerando, ha toccato il segno!!" Parole ingiuste e quasi offensive, irrispettose dei miei sentimenti e della mia ingenuità e buona fede. Per cui, senza dire una parola, mi sono sporto verso di lei e le ho aperto lo sportello della macchina; le ho detto "Esther vaffanculo, vai... va' via..."

Esther sorpresa mi ha guardato con occhi che sprizzavano fuoco, è scesa immediatamente; ho richiuso la portiera, ho acceso l'auto, ho ingranato prima accellerando come un pazzo, la R4 ha addirittura sgommato, ho avvertito dentro una disperazione, un'angoscia che non ho mai provato prima. L'ho lasciata in mezzo alla strada, non ho provato alcun rimorso; sadicamente ho pensato "te la farai a piedi, stronza, tanto casa tua non è lontana." A casa, mia, mi sono barricato nella mia cameretta, ho infilato la cuffia drogandomi per quasi due ore di musica, cercando di non pensare, evitando di piangere e disperarsi. Ho cercato di pensare a qualcosa di bello, che mi potesse consolare e mi sono scorse davanti le immagini delle mie care montagne come se quelle mi chiamassero, mi sentivo viandante in un deserto arido e brullo, e quei pianori e quelle vette diventarono l'oasi che la mia anima anelò. Ho pensato alla mia vecchia casa: lì avrei trovato un po' di serenità, mi balenò l'idea di andarci in quattro e quattr'otto, per pensare e riflettere con calma, per sciogliere l'ansia feroce che m'attanagliava, e comunque per allontananarmi da Esther e Napoli, da vicende che m'angustiavano. Ho avvisato i miei che l'indomani andavo a Celano per un paio di giorni; ho detto "qui fa troppo caldo, sono stanco...", i miei genitori non hanno capito quanto stavo male.

Dopo una notte quasi insonne sono partito all'alba. In tarda mattinata ero già a Celano. Ho sorpreso nonna, stava pregando. Alle sue domande ho cercato di sfuggire, poi le ho confessato il motivo dell'inattesa venuta. Il suo sguardo indagatore non tardò a sgamarmi, del resto il mio aspetto tradiva uno sdtato d'animo per nulla sereno, avevo gli occhi arrossati, la barba incolta e da quando ero arrivato non malcelavo un nervosismo continuo.

In quei due giorni mi sono sforzato di fare ordine nella mia mente e nel mio cuore, ritrovando energie e speranze; compresi i miei errori, provando simpatia ed empatia per Esther, la amai perdonandola, ma non mi sentii però di giustificarla del tutto, aveva sbagliato, avrebbe potuto trovare altri modi e altri termini per farmi capire i mei errori.

Sono ritornato a Napoli rincuorato e rinvigorito dall'aria fresca di Celano. Rinfrancato anche dalle calde parole di incitamento di nonna. Ho fatto ritorno alla mia storia determinato, deciso ad andare fino in fondo. Quell'estate Esther sarebbe stata mia.

E' stato il mio dogma, io che sono inviso a tutti i dogmatismi.

Sono stato totalitario, io che avverso tutte le forme fanatiche del pensiero.

M'interrogai sulla via del ritorno su quali potevano essere state le reazioni di Esther dopo quel litigio, fui sicuro che il mio atteggiamento l'aveva scossa, sorprendendola, io che ero sempre accondiscendente, comprensivo, morbido. E di ciò Esther, forse non sempre, ne aveva ampiamente approfittato. Ho Beffardo ho pensato "si farà sentire anche stavolta, pensando di rimediare alla svelta, a tarallucci e vino... ma si sbaglia di grosso!"

Mia madre, appena arrivato, mi riferì che mi avevano cercato in molti, e anche Esther; rimasi soddisfatto, tutto andava secondo i miei piani. Dopo cominciai però a fissare il telefono, tentato da quel mezzo che m'apparve come un serpente tentatore, uno strumento diabolico. Bastava comporre il numero che conoscevo a memoria e magari, stesso in serata, tutto si sarebbe ricomposto, ogni cosa sarebbe ritornata come prima. Esther sapeva come farsi perdonare, ed io l'avrei perdonata facilmente, tuttavia non ho ceduto alla tentazione e per non essere ancora tentato pensai di dormire. Avvisai mia madre che se chiamava Esther doveva dirle che "Pietro sta dormendo, è stanco, chiama domani." Ma mia madre, infragendo la consegna, si fece complice di Esther, e come seppi da lei stessa, riferì solo parzialmente quanto le avevo suggerito, "chiama stasera Esther, lo troverai."

In serata la mammina m'ha detto della telefonata di Esther, ma senza aggiungere nient'altro. Tutto orgoglioso del mio negarmi, come se stessi tessendo chissà quale complessa e sottile strategia, sono andato in terrazzo per prendere un po' d'aria. Poco dopo è squillato il telefono e, sicuro che non fosse lei, ho raggiunto l'apparecchio pensando che magari era Renato, o Romolo.

Sorpresa!, bofonchiai come un grullo, inventandomi risibili scuse. Mi preparai in un baleno per raggiungerla. Abbiamo fatto una passeggiata, Esther ha saputo farsi perdonare, ed io l'ho perdonata facilmente. Tutto ritornò come prima, ma solo apparentemente perchè, nonostante la riappacificazione, non persi di vista il mio obiettivo: dovevo quagliare, lavorare di cesello per far cedere Esther definitivamente; luglio era appena iniziato, non avevo molto tempo a disposizione per uscire dall'impasse. Di sicuro non tutto dipendeva da me, tuttavia ero conscio che dovevo cambiare atteggiamento, pur non sapendo esattamente in che, ma qualcosa era mutato, alcuni argini si erano aperti; il mio cuore traboccava, Eros mi lusingava, l'amore per Esther saliva infinito: cadeva puntuale il nostro tempo, non c'era più tempo da perdere!.

Mentre ricordavo quei momenti con soddisfazione, ho udito un vociare che proveniva dall'ingresso di casa. Sono andato di sotto e ho incrociato zio Michele e i cugini intenti a scaricare i bagagli. Dopo i saluti ho dato una mano e ci siamo ritrovati tutt'insieme nel salotto dove zia Paola s'intratteneva con donna Maria Carmela.

Zio Michele ha detto "domani la famiglia sarà riunita al completo, sei contenta mammà?"

Lei ha annuito col capo, sospirando, mentre zio Michele si è chinato verso di lei baciandola teneramente; frattanto io, Ferruccio e Giovanni siamo andati di sopra.

Ci siamo affacciati dal balcone della camera da letto dei miei e dopo aver parlottato delle vacanze, ho accennato circa l'escursione sul Velino e dell'intenzione di coinvolgere anche Giacomo ed Anna e naturalmente Ferruccio, che ha aderito entusiasticamente.

Ho detto "è tempo infatti che anche voi tocchiate la cima del Velino, certo non è una passeggiata e ci costerà impegno e fatica, però ne varrà la pena, soltanto da lassù si comprende totalmente la Marsica!!"

Tra noi cugini regna grande affetto, anche se viviamo in città diverse, sin da piccoli abbiamo sempre trascorso lunghi momenti insieme e non solo a Celano. Le famiglie sono molto unite e legate, e non solo per i vincoli di sangue, ma anche per comuni idealità spirituali e politiche.

In serata io e Giovanni siamo andati un po' a zonzo, lui mi ha parlato dei suoi studi e della sua fidanzata, Miriam, aquilana e collega universitaria, un'amore nato tra i banchi della Facoltà d'Ingegneria. Una storia normale e tranquilla senza troppi patemi, Giovanni ha detto "sto bene con Miriam, studiamo insieme, ci vediamo ogni giorno, amiamo la montagna e vorremmo, una volta laureati, lavorare insieme... e tu invece?, che mi dici di Esther? L'ultima volta che ci siamo sentiti mi hai detto che era una storia difficile, travagliata... ma vedendoti scommetto che le cose adesso vanno meglio."

"Si Giovà, hai visto proprio giusto, siamo arrivati ad un certo punto che sembrava ormai finita, troppi dubbi, troppi casini... poi invece le cose pian piano si sono raddrizzate ...", gli ho narrato gli sviluppi positivi della storia, dei giorni trascorsi a Scario, quella sorta d'incantesimo che ci ha avvolti; gli ho detto "adesso stiamo bene, certo questa lontananza non è facile... ma forse è meglio così, poi si vedrà!" Abbiamo passeggiato ancora al chiaro di una luna in fase crescente, discutendo di amore e di politica, trovando al tempo ragioni comuni e differenze di vedute.

Nella stessa serata è giunta anche la mia famiglia, si sono anticipati; mio padre ha detto "troppo caldo a Napoli!". Finalmente la grande tavola della vecchia casa è al completo, nonna siede a capotavola raggiante e commossa: le succede sempre così ogni volta che ha intorno i figli, le nuore e i nipoti. E' una vera mater familias, donna Maria Carmela, simboleggia tutte le virtù della donna abruzzese: austera e dolce; di saldissima fede cristiana; educatrice tenera, ma rigorosa; distaccata dalle piccole e anguste vicende della vita di tutti i giorni, tipiche di un piccolo paese come Celano; ha condiviso con nonno Rocco i valori del cristianesimo popolare che, saldato al socialismo umanitario, è stato l'humus nel quale mio padre e mio zio sono cresciuti. Ama moltissimo noi nipoti, ricambiata in maniera sviscerata, però non preferisce nessuno, perchè tutti siamo i suoi preferiti. Appena abbiamo preso posto, zia Concetta ha posato in tavola una sperlonga di maccheroni alla chitarra al sugo di castrato sui quali sono scivolati, come neve, fiocchi di cacio pecorino stagionato; ai maccheroni, naturalmente fatti in casa, è seguita una grigliata di agnello con patate arrostite e insalata. Una toma di pecorino fresco ha riscosso l'applauso dei convitati. Il clima è stato gioviale ed allegro, ho assaporato nuovamente tutto il calore sincero della mia famiglia. Naturalmente il pensiero è andato ad Esther, desideravo che lei stesse lì con me a condividere questo momento così semplice e armonioso. Mentre abbiamo gustato un dolce alle mandorle e al cioccolato, io e Giovanni abbiamo annunciato la scalata del Velino, precisando però, che compagni dell'impresa saranno anche Anna, Giacomo e Ferruccio. Come c'era da immaginarselo subito subito le mammine cominciarono a fare le neghittose contagiando i paparini, su tutti nonna; ha detto "sono troppo piccoli... sono creatùre... è troppo pericoloso!", abbiamo insistito fecendo fronte unico, ho chiesto la parola in veste di avvocato, per difendere le ragioni nobili della causa montanara; ho detto "forse non ricordate che la prima volta che io e Giovanni scalammo il Velino avevamo l'età di Giacomo, il più piccolo? Rendetevi conto, e voi lo sapete bene, che arrivare sulla vetta del Velino non è solo un'escursione, una passeggiata, per quanto impegnativa e faticosa, ma, vi assicuro, e giovanni lo può testimoniare, affatto pericolosa, ma è qualcosa di più. Da lassù si domina la Marsica, il Fùcino e si scorgono nelle giornate limpide il Gran Sasso, la Maiella e così valli, pianori e montagne. Un panorama suggestivo e spaziale, da lassù si può comprendere la nostra terra, l'amore che ci unisce e ci lega ... lassù forse c'è Dio...", e rivolgendomi a nonna e a mio padre e zio Michele ho detto veemente "voi siete nati qui, e qui avete vissuto gran parte della vostra vita, lasciate anche a noi la possibilità di amare fino in fondo questa terra, questo profumo, queste vette e così toccheremo il cielo, io e Giovanni vi promettiamo che saremo attenti, sapete bene che siamo abbastanza esperti, state tranquilli, Gesù ci sarà vicini..."

Sono stato convincente, ho colto nel segno, le perplessità sono scemate d'un tratto, mia nonna ha dato la benedizione, col mio riferimento al divino me la sono accattivata alla grande, il consenso, con mille raccomandazioni, è giunto puntuale, ci siamo alzati da tavola felici e satolli.

In serata siamo andati a spasso per le vie del paese, dove, incontrati gli amici, abbiamo cazzeggiato in lungo e in largo. Rincasati, abbiamo trovato in salotto la nonna seduta sulla sua vecchia poltrona verde. Vicino al caminetto acceso, sedute su un tappeto mia madre e mia zia sono intente ad armeggiare con il fuoco e a chiacchierare. Mio padre legge un libro sostenendolo con una mano, mentre con l'altra accarezza quella liscia della vecchia madre; zio Michele invece sfoglia con donna Maria Carmela un libro, illustrandole le foto che anche lui aveva scattato.

Non si sono accorti del nostro arrivo, siamo rimasti silenziosi a guardare la scena, attoniti e senza dire una parola, questo è il nostro tesoro, la nostra vera ricchezza,

Nonna si è accorta poi della nostra presenza e ci ha chiamòati a sè; ha detto "figli miei, venite qua... vicino a me!", e ad uno ad uno tutti noi nipoti ci siamo avvicinati, ricevendo ciascuno un bacio sulla fronte. Poi ci siamo seduti per terra, intorno a lei, ponendo, come pulcini, il capo sul suo grembo. Cinque capuzze diverse, grandi e piccole e brune e bionde e lisce e arricciate, quasi si sono sfiorate, le mani di donna Maria Carmela hanno carezzato le nostre capuzze e i nostri visi, anche questo è amore.

Annarella ha detto "nonnina, ti voglio bene... è bello stare qui con te...".

Nessuno è preferito perchè tutti siamo i suoi preferiti, ognuno è amato completamente, ciascuno è sempre stato nel suo grande cuore e nelle sue preghiere. I miei zii e i miei genitori osservandoci si sono commossi, zio Michele ha abbracciato zia Paola, mio pasdre ha fatto altrettanto con mia madre, siamo rimasti così, tutti abbracciati e uniti per un lungo momento, intorno a donna Maria Carmela che teneva per mano i figli e le nuore. Tutti uniti in questa vecchia donna che simboleggia la Madre, la Nutrice, la Terra. In questa casa antica, dove anche le pietre hanno un cuore, si è sentito per un attimo aleggiare lo spirito del nonno Rocco...

... e si racconta ancora a Celano che qualcuno quella sera vide uscire dalla casa di donna Maria Carmela, quella "santa donna", due figure: uno di quelli assomigliava a Gesù Cristo e l'altro, qualcuno lo riconobbe, era Pietro Spina.

Ma nessuno credette a chi vide quelle ombre!

Un vecchio contadino di nome Lazzaro disse "che Gesù Cristo non si vede da tempo e Pietro Spina chissa dov'è .... "

Un vecchio pastore di nome Giuditta disse "no Lazzaro, ti sbagli, Gesù Cristo è qui e tu non lo vedi e così Pietro Spina, lo dovresti sapere che sono amici affezionati!"

Due giorni dopo, in una splendida giornata di sole, abbiamo scalato il Velino. Ci siamo arrampicati lungo il sentiero del Club Alpino faticando e sudando, sotto i raggi forti e un vento fastidioso, ma ce l'abbiamo fatta tutti, anche Giacomo, Anna e Ferruccio. Siamo arrivati in cima stanchi, esausti, ma felici.

Giovanni, lanciando le braccia, ha detto "Quello lì a sinistra è il Gran Sasso... quell'altra è la Maiella."
(continua)




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18 dicembre 2007
Intangibile amore: I^ parte del 4° capitolo
 

 

VERSO IL CIELO

 

Tutt'è silenzio dint'a sta nuttata

nun se sente nu passo 'e cammenà.

Nu ventariello tutta na serata

pare ca me vuleva accarezzà ...

E finalmente chiangno! Tu nun vide,

tu staje luntano, comme 'o può vedè?

Però t' 'o ddico pecchè tu me cride

e si me cride, chiagne nzieme a me!

Scenne stu chanto lento, doce doce,

nun aizo na mano p' 'ascittà.

Io strillo pè te fà sentì sta voce,

ma tu nun può sentì ... c'allucco affà?

Tuttèè silenzio ... ncielo quanta stelle!

Affaccete, tu pure 'e ppuò vedè:

songo a migliare, e saie pecchè sò belle?

Pecchè stanno luntano, comm' 'a tte!

 

   Eduardo, È notte

 

 

Il 14 agosto mi sono svegliato all'alba, ho dato una pacca sulle spalle a Giacomo ancora dormiente, ho baciato Anna e i miei genitori; caricata la R4, mi hanno detto "allora ci vediamo tra qualche giorno, mi raccomando non correre e chiama stasera!"

Intorno alle dieci percorrevo la Napoli-Roma, poco dopo, uscito dall'autostrada, mi sono fermato a Venafro per un break. Per raggiungere Celano potevo anche continuare la Napoli-Roma, e prendere l'autostrada per Pescara, che ha un'uscita a pochi chilometri da Celano, ma quasi sempre preferisco fare la strada interna, passando per il Parco Nazionale d'Abruzzo e quindi per Alfedena, il lago di Barrea, Pescasseroli. Lasciato alle spalle il Parco, dopo pochi chilometri mi si è mostrato nella sua spazialità, la cara Conca del Fùcino. Ormai Celano è vicino, voglio fare presto anche per sorprendere mia nonna che forse non sa del mio arrivo. Sono passato per Pescìna e non ho mancato di pensare al caro Silone che del paese è natio.

Poco dopo ecco il Castello che domina il mio paese. Ogni volta che scorgo Celano mi sembra che è sempre la prima volta, come se fosse un luogo sconosciuto. Ho aperto tutti i finestrini della macchina per respirare l'aria delle mie montagne, attraversando le strade mi sono commosso: l'amore mi ha intenerito, forse troppo.

Sono finalmente a casa, una vecchia casa situata sotto le mura del Castello Piccolomini. E' un'abitazione di color pietra che sfocia in un grigio-rosa, abbastanza grande su due piani e il classico suppigno. Sono entrato annunciandomi; ho detto "nonna, nonna... sono Pietro!"

Lei ha esclamato quasi gridando "figlio mio bello!"; l'ho raggiunta in soggiorno, seduta sulla sua vecchia poltrona verde indaffarata come sempre a lavorare l'uncinetto.

"Ciao nonna ... come stai, sorpresa eh?"

Mi sono chinato per baciarla; ha detto "Pietro, Pietro, mi fai sempre queste sorprese, sei il solito birbante... come sto? Come una povera vecchia, a te invece ti trovo bene, abbronzato... in forma... allora va tutto bene con quella figliola?"

Sapeva quanto mi ero sfasato per Esther, m'aveva infatti visto non meno di due mesi prima, durante un mio salto a Celano, in profonda crisi e debacle; diceva spesso "ah!, questa benedetta figliola!"

Le ho detto "si, nonna, ci vogliamo bene... ci siamo fidanzati... avevi ragione tu nonna, ho avuto pazienza e sono stato sincero."

"Sono contenta che tu sia qui, libero da quella tristezza che ti aveva chiuso il sorriso, sospiravi sempre e non mangiavi neanche. Ti ricordi quando sei venuto a giugno? Ma adesso non ci pensiamo più, stai qui dalla nonna tua... figlio mio bello..."

Mi sono inginocchiato mentre lei mi carezzava, le ho preso le mani lisce e rosee e ho posato il capo sul suo grembo, piangendo, ripensando alle lacrime che ho versato per Esther, altre lacrime, un altro tipo di lacrime quelle, piene di rabbia e di malinconia per lei che non c'era, che sognavo e rincorrevo. Adesso tutto è diverso, lei è come se fosse qui, in questa casa, tra le mie montagne. Sono rimasto lungamente appoggiato al suo grembo, felice e sicuro come da bambino, le lacrime sono scivolate via leggere; mi sono rimesso in piedi, mia nonna, donna Maria Carmela, come viene chiamata in questa contrada, m'ha guardato negl'occhi e mi ha amato. E' ritornata al suo lavoro, alle sue preghiere sospirando, dicendo "Pietro, Pietro..."

Sistemato il nutrito bagaglio, mi sono disteso sul letto non prima di aver aperto la finestra dalla quale si può dominare gran parte della Conca fùcinese e l'imponente cima del monte Velino nella sua magnificenza. Poi ho ceduto al sonno e mi sono appisolato, stanco del viaggio e dell'arsura battente che non mi aveva dato tregua. Ho pregustato una buona passeggiata con la nonna, una bella cenetta e la serata a rimirar le stelle del cielo, tetto della mia anima finalmente quieta. Dopo il riposino sono ridisceso al piano terra, ho trovato nonna in compagnia di zia Concetta, una parente, zitella, ma non acida, che accudisce la vecchia nonnina.

Abbracciandola le ho detto "uè, Zi Cuncè!"

Le ha detto "ciao Pietrùccio come va'? Eh il nostro Pietro, è sempre bello... chissà quante figliole ti stanno dietro, eh, Pietruccio? Allora ti stai un po' a Celano?"

"Come no, sicuramente fino alla fine del mese, qua si sta troppo bene e poi ho da studiare e lavorare..."

Zia Concetta rivolgendosi alla nonna, ha detto sospirando "eh, tale e quale al padre, eh Zì Carmè?, ve lo ricordate a Nicola quando si rinchiudeva con Michele nella cameretta di sopra, e studiavano studiavano... e voi Zì Marì che gridavate... Nicola, Michele, basta di studiare che vi scimunite... la cena è pronta!, eh Zì Marì..."

Mia nonna ha detto "me lo ricordo, come non me lo ricordo, anche se, a dire la verità, sono tutti studiosi i miei nipoti, certo Pietro un pò di più."

In lieve impaccio quando mi capita che si esageri negli elogi, ho detto a mia nonna "allora che ne pensi... vogliamo andare a fare una passeggiata verso Ovindoli?"

Mi ha sorriso radiosa, so bene che quella zona le piace molto, euforica ha chiesto qualche minuto per prepararsi. Dopo aver parcheggiato la macchina fuori l'ingresso di casa, donna Maria Carmela, appoggiata ad un bastone di legno scuro e a braccetto di zia Concetta, ha varcato il portone, l'ho aiutata a salire sull'auto, salutata Zia Concetta ci siamo lentamente avviati.

Ferendo l'abitato di Celano abbiamo ricevuto i saluti dei paesani, in un continuum fatto di cenni, sbracciate, sorrisi, coppole sollevate e così via. Abbiamo preso la strada per Ovindoli, una strada piena di curve che attraversa una pineta e sormonta la cosiddetta Serra di Celano, un bosco fittissimo. Una volta giunti al paesello ci siamo inoltrati verso l'Altopiano chiamato delle Rocche per via di due paesi situati sul pianoro: Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo. Silenziosamente abbiamo macinato qualche chilometro, ad un tratto mia nonna mi ha detto di fermarmi e di prendere una viuzza sterrata, dopo un po' siamo giunti presso una radura con degli alberi che suggerisce un'amena e fresca sosta.

L'ho aiutata a scendere, le ho dato il braccio e lentamente, a piccoli passi abbiamo camminato sul prato; mia nonna ha detto "qui, qui Pietro...", e ha indicato il luogo dove intende fermarsi. Sono ritornato alla macchina ed ho preso dal bagagliaio una poltroncina pieghevole, sulla quale nonna si è seduta, io mi sono steso sull'erba. Siamo stati in silenzio per un bel pò, respirando l'aria fresca pomeridiana, scaldati dal sole ancora alto, inebriandoci del profumo forte dell'erba e dei fiori. Donna Maria Carmela ha sospirato, da una tasca del suo vestito nero, che porta ancora in segno di lutto per la morte del nonno Rocco, nonostante sono passati tanti anni, ha sfilato un libbricino nero, con il bordo rosso e le pagine ingiallite; ha cominciato a leggere e pregare, alzando il viso verso il cielo per chiamare il suo Dio.

Intanto la guardavo ammirandola, come sempre, per questo suo modo di pregare così sincero, semplice e scarno. Ogni volta che nonna prega davanti a me, mi sento coinvolto dalla sua spiritualità ma, stavolta, diversamente ne sono preso intensamente; le ho detto "nonna, insegnami a pregare."

Lei mi ha preso per mano e ha detto "ripeti con me... Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno e sia fatta la tua volontà, come in cielo e così in terra, dacci il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti così come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre a tentazione ma liberaci dal male... così sia."

Ho ripetuto con lei la preghiera di Gesù, sussurrandola; conosco il Pater Noster, tuttavia soltanto adesso mi sembra di scoprirne l'intenso valore, il senso profondo.

Lei ha detto "questa è la preghiera che Gesù insegnò ai suoi Apostoli... ma se vuoi, puoi pregare come meglio desideri, liberamente, perchè l'importante è rivolgersi al Signore con sincerità e cuore libero. Il Signore bisogna sentirlo come un amico, un compagno fedele, anche di una passeggiata in questa natura dove lui è presente."

"Chi è Dio, nonna?".

"Dio è questa terra, è l'erba dove sei seduto, è l'aria che respiri... la senti com'è fresca e pura? È questo profumo... Dio siamo anche noi, se, liberi, lo riconosciamo nelle cose semplici, e ancora: Dio è la sete, la sete di amore e di giustizia, e questa sete si può appagare soltanto bevendo l'acqua della verità, Dio è la fonte di quest'acqua preziosa, se la bevi diventerai libero, conoscerai la verità, e la verità ti renderà giusto... non dimenticarlo mai."

Emozionato le ho chiesto "ma dov'è la fonte?"

"La fonte è dentro di te, nel tuo cuore... è la voce che spesso non senti... è l'anelito verso la carità, ma per sentirla è necessario essere indifferenti alle tante piccole e inutili tribolazioni della vita, ai pettegolezzi le invidie e le passioni esagerate. La fonte è anche qui, in questi luoghi dove il Signore ha scelto di dimorare e di stabilirsi ma, ti ripeto, per vedere Gesù Cristo bisogna diventare ciechi e sordi... soltanto dopo potrai vederlo e sentirlo... perciò abbandonati fiducioso e lascia che sia lui a cercarti e guidarti... Adesso continuiamo a pregare... leggeremo un salmo, il Signore è il mio pastore e nulla mi manca, su pascoli erbosi egli mi conduce, sconfigge i miei nemici e versa per me il vino più pregiato..."

Ho ascoltato concentrato e in silenzio le soavi parole che mi entrano dritto al cuore, al centro della mia esistenza, aprendosi varchi senza fatica. Il sole ha cominciato a declinare diventando arancione, i suoi raggi s'incuneano tra gli alberi intorno alla radura. Ad un tratto tra la boscaglia ho visto delle ombre muoversi, due figure che camminano lente e si parlano, ho impegnato la vista, le due figure si sono rarefatte scomparendo; ho pensato "suggestioni...".

"È tardi Pietro, comincia a far freddo... avviamoci verso casa".

Durante il tragitto ho detto "nonna: grazie!, sono stati momenti bellissimi... E ringrazia Gesù anche da parte mia e non dimenticarti di me nelle tue preghiere.", le ho stretto la mano. Lei è rimasta taciturna, poi ha detto "lo ringrazierò e gli chiederò di starti vicino affinchè tu ti mantenga puro e buono... e ricorda che io anche da lassù ti vedrò... non fare il birbante!?"

"Lassù? Dove lassù?... ma dai nonna che discorsi sono questi?"

Donna Maria Carmela ha sospirato; ha detto "eeehhh..."

Abbiamo cenato in compagnia di zia Concetta, in cucina, seduti attorno ad un tavolo di legno povero, attorniato da sedie impagliate. Conoscendo bene i miei desideri, donna Maria Carmela ha ben istruito zia Concetta riguardo la cena, e infatti è arrivata in tavola una zuppiera di lenticchie fumanti, di cui sono ghiottissimo. Ho avuto un piatto generoso e ci ho inzuppato del pane fritto tagliato a piccoli dadini. Dopo un paio di cucchiaiate ho detto "ottime, squisite... una poesia!"

Zia Concetta compiaciuta ha detto "buone, vero? Eh, queste lenticchie vengono da Santo Stefano... sono una vera specialità."

Incuriosito le ho chiesto "mmhh... e dov'è Santo Stefano?"                                      "È un piccolo, ma proprio piccolo paese quasi a ridosso del Gran Sasso... vicino a Calascio, ve lo ricordate Calascio eh zì Marì?, ci siamo andati tanti, tanti anni fa... che era vivo ancora la buonanima di zì Rocco, ve lo ricordate che andammo a vedere anche il castello abbandonato, eh Zì Marì?"

Mia nonna, sempre sospirando, ha detto "come Concè, che non me lo ricordo?!, fummo ospiti di tali signori Frasca, avevano una casa assai bella, piena di quadri, e ricordo una forma di pecorino squisita, della carne di castrato tenerissima... eh, c'era ancora Rocchino, l'amore mio!"

Sempre più incuriosito ho chiesto "come avete detto? Calascio?... che strano nome, non ci sono mai stato, quella zona non la conosco bene... ma a proposito di cacio pecorino..." manco a farlo apposta, ecco che zia Concetta ha portato una grossa forma di formaggio, il celebre cacio pecorino...

Donna Maria Carmela mi ha spiegato poi che il pecorino viene da Pescasseroli, omaggio di un vecchio amico di famiglia, tale Felice. Ha tagliato delle fette che abbiamo mangiato accompagnandole con del pane fresco e croccante.

Un buon bicchierrozzo di vino è proprio quel che ci vuole, ho preso il fiasco e mi sono versato da bere. Le due vecchiette sono astemie, anche se tutti sappiamo che zia Concetta un po' di vino se lo fruscia di nascosto. Il vino è abruzzese, Cerasuolo ottenuto da uve Montepulciano, di colore rosso come le ciliegie, davvero eccellente. Due bicchierozzi mi hanno leggermente stordito, sono brioso e allegro, penso ad Esther, lei mi sta pensando, ne sono sicuro.

La cena s'è conclusa con dei piccoli fichi, primizie di stagione dolcissimi. Mi sono alzato soddisfatto e satollo, complimentadomi con le due vecchiette per l'ottima cena; ho detto "lenticchie, pecorino, pane paesano e vino nostro: che si può desiderare di meglio?", Zia Concetta e donna Maria Carmela hanno riso.                        

Ho aiutato a sparecchiare, poi mia nonna mi ha pregato di accompagnarla nel salottino dove insieme a zia Concetta solitamente guardano la TV. Le due vecchiette si sono sedute di fronte all'apparecchio per gustare un film giallo di cui entrambe sono appassionate. Mi sono congedato per andare a fare due passi e salutare i miei amici del posto; poco dopo mi sono ritrovato per le vie di Celano. Nella piazza principale del paese ho incontrato i vecchi amici, Antonio detto Zaf, Bruno detto Taccagno, Franco detto il Torinese e Peppino detto Mexico; gironzolavano cazzeggiando attorno ad un bar. Dopo i saluti conditi da pacche sulle spalle abbiamo preso da bere. Fatto il prammatico brindisi abbiamo convenuto di fare una passeggiata intorno al Castello durante la quale abbiamo chiacchierato del più e del meno. Sotto le mura del monumentale Castello, sul lato che guarda verso il Velino, c'è una boscaglia con dei prati e delle panchine dove ci siamo seduti per fumare una sigaretta. Poi ad un altro bar, lì vicino, siamo stati richiamati da altri amici: hanno organizzato un torneo di briscola, pretesto per sfottersi, fare battute e, sopra ogni cosa, per bere grossi boccali di birra gelata.

Mi trovo bene con gli amici di Celano e mi diverto molto; mi piace tuffarmi in questo mondo, riconosco di appartenerci però fino ad un certo punto, la mia condizione di cittadino mi permette di apprezzare la vita del paese, diversamente i miei amici che si sentono stretti e angusti in questo paese che non offre loro occasioni di lavoro e che nonostante sia abbastanza evoluto, conserva mentalità, usi e consuetudini provinciali.

Perciò quando vengo a Celano cerco di fare poco il turista e di essere semplice, senza starmene lì a menarmela sulla mia vita affascinante di cittadino.

Dopo innumerevoli partite, e dopo che la birra è scesa copiosa, abbastanza brillo ho salutato tutti, scusandomi, ma ero molto stanco per il lungo viaggio.

Rincasato, come un gatto, senza far rumore, ho raggiunto la mia cameretta. Ho aperto per prima cosa la finestra, appoggiandomi sul davanzale per guardare il cielo stellato. Ho pensato ad Esther quasi rimproverandomi di averla pensata poco; mi sono detto "ma in fondo perchè poi dovrei pensarla sempre e continuamente? Non è forse una schiavitù? Fissarsi sempre e soltanto sulla persona amata? Come un'ossessione un chiodo fisso. Non è forse meglio essere leggeri e tranquilli, accettare quest'ansia e sublimarla? Io l'amo e lei mi ama, lei è dentro di me. Che bisogno c'è di pensare sempre solo e soltanto ad Esther... Esther che non c'è. Esther dove sei? Cosa fai? Esther mi pensi? Mi vuoi? Esther mi pensi?... l'amore, qualcuno ha detto che rende liberi... ma quali amori? Gli amori tiepidi senza sangue, senza Eros, ma un amore senza Eros si può definire amore?"

Ho concluso il soliloquio notturno ammettendo, inutile mentirsi, che sono completamente sfasato per Esther, innamorato perso. Si, è proprio struggente stare lontani, specialmente dopo le straordinarie magie di Scario, le notti passate a raccontarsi di noi, i lunghi silenzi carichi di sguardi, le corse sulla spiaggia, l'amore, le cene a lume di candela, il fuoco...

"In fondo cerco di non pensarci... e comunque non ho alternative, Esther non c'è. Esther dove sei? Cosa fai? Esther mi pensi? Mi vuoi? Esther mi ami? Mi senti? Esther... mi hai già dimenticato? Esther... Esther... Esther... che questo vento porti il mio soffio fino a te questa notte, e per tutte le notti che non ci sarai... Esther cosa fai? Esther mi ami? Esther mi pensi?"

Mi sono svegliato di buon ora, e immediatamente ho aperto la finestra per far cambiare aria alla stanza, respirando l'aria delle montagne sempre così fresca e frizzante. Mi sono affacciato stiracchiandomi, rinfrancando i polmoni, gettando uno sguardo alla vetta imponente del Velino. Poi sono sceso al piano di sotto, in cucina dove donna Maria Carmela è intenta a spezzare e pulire dei fagiolini; le ho detto "buon giorno, nonna."

"Ben alzato Pietro, fai colazione, c'è del latte... il caffè l'ho fatto poc'anzi sentendo che ti eri alzato, ci sono anche delle uova fresche, perchè non te le fai sbattute?"                                                        mi sono seduto, e con abilità ho rotto le uova separando i tuorli dal bianco, mettendoli in una tazza, aggiungendo lo zucchero; le ho sbattute con un cucchiaino e ho versato del caffè caldo, ottenendo così una miscela gustosa e al tempo ricca di energia. Finita la colazione ho chiesto a mia nonna se avesse bisogno di me; le ha detto "più tardi Pietro, bisognerebbe andare a prendere il pane al forno e se vuoi a mezzogiorno raggiungimi, pregheremo insieme."

"Va bene nonna, allora a dopo ...", sono risalito di sopra dove mi attendono, purtroppo, i libri.

Verso mezzogiorno ho ricordato l'invito di nonna e l'ho raggiunta. Mi sono seduto su una piccola sedia impagliata vicino a lei, speranzoso che mi guidasse ancora in quel mio viaggio spirituale alla ricerca della fede, intanto proprio in quel mentre si è sentita la campana della Chiesa "suonare a mezzogiorno".

Mia nonna mi ha invitato a pregare, suggerendomi di farlo con semplicità e spontaneamente. Le ho detto "Nonna, vorrei fare una preghiera, ma... il Signore mi ascolterà?" Lei ha annuito, invitandomi a proseguire; ho detto "ecco vorrei pregare per tutti i disgraziati della terra, i dimenticati, i poveri cristi, i diseredati affinchè il Signore non si dimentichi di loro, e vorrei ancora pregare per le montagne, i fiori, l'erba e la terra; il mare il fuoco e la neve... làddove ho visto il Signore... che voglio anche ringraziare per questi doni che ha fatto a me e tutti noi."

Lei ha detto "ascoltaci, o Signore... Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo regno sia fatta al tua volontà..."

La preghiera si è conclusa, mi sono alzato contento ed emozionato, sentendomi ricco nello spirito, attraversato da una serenità mai provata; ho chiesto a mia nonna "allora vado al forno... ci vediamo tra poco."                        

Mi sono incamminato per le viuzze deserte anche per via dell'afa, sebbene Celano sfiori gli 800 metri d’altitudine; ho raggiunto il forno che promana un profumo di legna che rende l'aria dolce, mischiandosi agli odori che provenienti dalle case, è infatti, nelle abitudini di queste contrade, l'ora in cui le massaie armeggiano ai fornelli in vista del pranzo, che cade solitamente non più tardi dell'una. Salutato il vecchio panettiere, Fonzino, questi mi ha detto di attendere ancora qualche minuto perchè ha fatto anche la pizza; ha detto "così farai contenta donna Maria Carmela!". Poco dopo, sfornata la prelibata focaccia, Fonzino l'ha tagliata a tranci e me ne ha dati quattro pezzi, dicendomi di fare attenzione in quanto scottano. Ho pagato e gli ho detto "ci vediamo Fonzì... grazie, e buon appetito!"

A casa ho mostrato subito le pizze calde e fumanti alla nonna che ha sorriso contenta come una bambina, ringraziandomi. Abbiamo pranzato gustando le pizze e i fagiolini col pomodoro che nonna ha preparato appositamente per me; un pezzetto di pecorino, un bicchiere di vino e una mela che ci siamo divisi, e si è concluso il desinare; nonna si è ritirata per il solito pisolino pomeridiano; dopo un buon caffè ho ricominciato a studiare, tra un paio di giorni, concluse le letture, mi tocca scrivere il primo articolo.

Gli altri giorni sono scorsi regolari tra studio, letture, e momenti di preghiera insieme a nonna; poi passeggiate e partite di briscola e di tressette con gli amici del paese, e solenni sbornie di birra.

L'ultima volta che ho sentito Esther risale a più di una settimana, ormai è all'Elba, la immagino al mare, con le sue amiche del cuore, a raccontare del suo amore, della nostra storia e delle notti magiche di Scario. Memore della reciproca promessa ho deciso di scriverle. E così, una sera, seduto alla scrivania, ho tirato fuori dal cassetto un foglio bianco e...

 

Cara Esther,                                     Celano 18 agosto 1977    

sono qui nella mia vecchia casa tra le mie care montagne, ho la finestra aperta e da qui si distingue nell'oscurità la conca del Fùcino, il cielo è stellato la luna non c'è, ma di luce ce ne e`, eccome, una grande e luminosa luce ... è il tuo pensiero, il tuo ricordo, il nostro amore. Questo potrebbe bastarmi ma non è così. Le mie giornate scorrono leggere e serene. Per adesso in casa ci siamo soltanto io e la mia vecchia nonnetta, accudita da una non meno vecchia zia, Concetta; tra due o tre giorni arriveranno i miei zii, i cugini e la mia famiglia da Scario. Ciò non mi dispiace, anzi; però in questi giorni solo con mia nonna sono stato bene; ho letto e studiato con tranquillità, fatto delle passeggiate nei dintorni, rivisti i vecchi amici, e... ho pregato! Si, forse ti meraviglierai, ma è proprio così. Ho pregato con la mia cara nonna e ancora adesso mi chiedo il significato di questa esperienza... ho sempre cercato Dio, spesso non trovandolo ma adesso mi sembra che sia stato lui a trovarmi, come se mi avesse cercato... è forse venuto il momento di incontrarlo. Tutto è stato molto bello, semplice e leggero. E tu, come stai, mia dolce sirena? Com'è andata la tua vacanza massese? E all'Elba... ti sei portata bene? Vi siete divertite? Avete cazzeggiato, come vostro solito? Dirti che ti penso e desidero potrebbe sembrarti banale, ma te lo dico lo stesso, non vedo l'ora di rivederti e respirare la tua aria, giocare con i tuoi capelli... semplicemente amarti... Sogno di ritornare qui con te, in questo mio mondo che vorrei donarti, che spero diventi magico anche per te... queste montagne, queste terre e questi cieli ti aspettano... ieri un fiore mi ha domandato... "quando verrà Esther? Voglio che i miei petali si intrecciano con i suoi capelli".

Vieni allora Esther, il mio cuore ti aspetta...                                                           Pietro

 

L'indomani stesso l'ho imbucata, ma prima di infilarla nella cassetta postale ho baciato la busta sotto lo sguardo incredulo di un passante, per fortuna un forestiero. Una volta a casa ho sentito bussare alla porta, ho aperto, è Minuccio, il postino, l'anziano e simpatico portalettere di Celano, una delle istituzioni del vecchio paese; Minuccio ha detto "Pietro, c'è una lettera per te!"

La lettera è di Esther.

Non credo ai mei occhi.

Salutato Minuccio, come un razzo ho raggiunto camera mia, il cuore mi batte forte, non vedo l'ora di aprirla, l'ho già aperta, inspiro forte, la busta emana l'inconfondibile profumo di Esther, me ne stordisco come una droga, non vedo l'ora di sfilare il foglio colorato di verde, verde come la speranza, l'ho già sfilato, non vedo l'ora di leggere, sto già leggendo...

(continua)




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18 dicembre 2007
Intangibile amore - il plot narrativo - preludio al capitolo 4°

Pietro è a Celano, in Abruzzo, nella Marsica.
I giorni di Scario sono scolpiti e la scia di Esther è densa, profonda.
Ci vorranno settimane prima che i due si rivedranno e le ansie andranno accolte, ascoltate, stemperate.

Accolto calorosamente dalla nonna paterna, Donna Maria Carmela, Pietro trascorre le sue giornate sereno, dedicandosi allo studio, alla lettura e alla preghiera, lasciandosi condurre dalla nonna durante lunghe passeggiate sull'Altopiano delle Rocche.

Dopo alcuni giorni, sarà raggiunto dalla sua famiglia (ancora a Scario) e da quella del fratello del padre, con corredo di cugini, con i quali si cimenterà a scalare il Monte Velino.

Poi finite le vacanze, sarà Esther Esther e ancora Esther.

Tra poco sarà online il IV^ capitolo:

VERSO IL CIELO




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11 dicembre 2007
Intangibile amore: III^ e ultima parte del 3° capitolo
 

E siamo all'epilogo di questa breve ma intensa vacanza, anche se di vacanza, nel senso pieno del termine, non si può parlare, tanto pieni sono stati questi giorni.

L'ultimo giorno trascorso da soli, i miei con Anna e Giacomo venivano l'indomani, siamo appena tornati dal mare. Il sole è ancora forte ed irradia la stanza dove riposiamo in silenzio, ad occhi aperti. Ho osservato i comodini ai lati del letto sui quali ci sono dei libri impolverati che nessuno di noi ha letto, troppo intenti a leggerci dentro.

Il libro che ho portato con me, Demian di Hesse, giace intatto, mi riprometto di leggerlo a Celano; le ho detto "Esther... e i tuoi libri?" Li ho indicati. Lei ha fatto una smorfia, ha detto "i libri?! Già... non li ho proprio toccati... E' tutta colpa tua Pietro..."

Le ho detto "mia?... perchè?!"

"Tua tua...", ha detto Esther "si tua perchè sei terribile..." "Non fare la santarellina Esther... piuttosto parlami un po' di te Esther, dei tuoi programmi...".

Si è sollevata, ha sistemato il guanciale, ha detto "beh, li conosci... oltre agli studi di pedagogia, vorrei lavorare all'asilo. Già adesso lo frequento una, due volte alla settimana non di più, come mi ha suggerito Clara, infatti, secondo lei, è bene che mi dedichi agli studi per completarli al più presto, col tempo è chiaro però che la mia frequenza diventerà più assidua."

Le ho detto "bene, brava, sono contento, è un lavoro oscuro, il vostro, senza fanfare, ma prezioso, direi determinante, è una dedizione che ammiro molto, sai a volte penso che mi piacerebbe essere un bimbo e venire lì, all'asilo, per stare con te, giocare e sedermi sulle tue ginocchia, fare i capricci e farmi dare un sacco di baci, eh come li invidio quei bambini per tutto quello che riceveranno da te... e... ehm...". Non so che mi ha preso, voglio avvicinarmi a lei, sono già a contatto, non so che mi prende, voglio nascondere il viso e affondare nei suoi capelli, sentire il suo battito, il tepore del suo seno sicuro. Ho voglia di piangere, sto già piangendo, a dirotto, singhiozzo, ma che cosa mi prende! Cribbio, sto piangendo come un bambino, sto pensando ai bambini,sto ricordando la mia infanzia felice spensierata e passata. Mi scivolano davanti agl'occhitutte le foto e i vecchi filmini in super-8 giarati da mio padre e mio zio, a Celano, io piccolo in braccio a mia madre, mio nonno, mia nonna. Esther mi avvolto maternamente carezzandomi il viso, ha cercato di guardarmi negli occhi, ma mi vergogno; dolcemente mi ha detto "ma sei proprio un bambinone...", e ha lasciato che le lacrime calde sgorgassero, non so cosa esattamente ha mormorato, ma più che parole sono stati suoni, melodie, note.

Poi ho smesso. Ho sollevato il viso, ho sniffato, ho asciugato le guance sul cuscino, l'ho guardata, le ho detto "è un pianto di gioia il mio, ma anche di malinconia, per quello che se ne va, che si perde nel tempo anche se non nella memoria... e noi? Questo nostro legame, quest'amore. Un giorno si spegnerà? Per diventare affetto, noia... indifferenza, odio? Spero di no, ma voglio dirti che ti porterò per sempre, per sempre, con me, come una gemma... lo so... lo so che queste sono frasi fatte, buone per tutti gl'innamorati, ne son piene canzoni e poesie, ma non posso fare a meno di dirtele... "

Esther ha detto "Pierto non dobbiamo avere paura della nostra semplicità e sincerità, perchè credere nel nostro amore può essere fino a un certo punto una cosa ovvia... e poi sono sicura che il nostro amore non si spegnerà, lo sento, non ci sarà mai noia e nemmeno odio e ti amerò per sempre, ma adesso... è tempo di danzare, abbiamo parlato anche troppo... ", mi ha invitato dentro di lei, a morirle dentro, ha innaffiarle le viscere, mentre ci siamo persi mi ha detto all'orecchio "Pietro ti penserò sempre in questi giorni quando saremo lontani, sarò con te ancora qui a Scario e lassù, come dici tu, tra le tue care e verdi montagne, non dimenticarmi Pietro, non dimenticarmi..."

Ultima serata, serata speciale, abbiamo acceso finanche il caminetto nonostante non è la stagione più appropriata, ma il fuoco possiede un fascino che può andar bene sempre. Menu: carne e bruschette alla brace. Esther ha detto "ottimo!" Mi sono messo all'opera. Ho recuperato la legna e delle fascine, una volta ottenuta una buona brace, ho posto su una griglia delle fette di pane. Fattele abbrustolire, le abbiamo condite con un pinzimonio preparato sapientemente da Esther a base di pomodoro, aglio, basilico, olio e un pizzico di sale. Le abbiamo mangiate accompagnandole stavolta con del vino rosso che meglio si sposa al menu. Poi ho arrostito le bistecche che ho condito con olio vino e limone a macerare con foglie di salvia, utilizzando dei dei ramoscelli di rosmarino che cresce copioso in giardino.

Durante una pausa Esther mi ha chiesto "ma com'è che dalla... Marsica tuo padre è arrivato a Napoli? e tua madre di dov'è, abruzzese anche lei?"

"Mio padre, finito il liceo classico, che frequentò ad Avezzano, chiese al nonno Rocco, questo a guerra ormai finita, e dopo i primi approcci alla politica e al giornalismo, chiese appunto, di poter andare a studiare Giurisprudenza a Napoli e poichè aveva ricevuto un'offerta di collaborazione da una rivista di un suo amico, dedicarsi in parallelo al giornalismo. A Napoli venne a contatto con numerosi studiosi e giovani giornalisti, coagulati da una comune fede anti-fascista e socialista; furono, come spesso ama ricordare mio padre, anni di duro sacrificio, ma ricchi di amicizie e soddisfazioni. Fu la Rivista che però lo prese sempre di più diventandone cogli anni capo redattore, condirettore e, infine, alla morte del fondatore, il suo maestro Ernesto Cacciatore, ne rilevò dagli eredi la proprietà aiutato dai pochi risparmi dei miei nonni, ben felici di aiutarlo. Contemporaneamente si buttò nella vita politica ricoprendo incarichi in seno alla Federazione Regionale del partito tuttavia non interessato, benchè spesso sollecitato, a candidarsi alle elezioni sia locali che politiche. E io so il perchè. Mio padre ha cinquant'anni, appena io Anna e Giacomo ci saremo laureati, lui vuole ritornare a Celano, stabilirsi lassù, stare con mia nonna negli ultimi anni della sua vita e candidarsi per cercare di diventare sindaco. Quello è il suo cruccio in questi anni. Sente di aver tradito la Marsica, la sua gente, vuole riscattarsi, staremo a vedere. Ma ritorniamo ai tempi andati. Poi conobbe mia madre. Ad una conferenza dove mio padre figurava tra i relatori. Mia madre era tra il pubblico, in quanto anche suo padre, il nonno Alberto, era dirigente del partito e già conosceva mio padre. Dopo la conferenza vi fu una cena proprio a casa di mio nonno che gli presentò la figlia. E li sbocciò. Un amore a prima vista, raccontano tutti e due. La mamma rimase affascinata da quel corteggiamento particolare di mio padre che riuscì ad essere galante e gentile parlando di politica, di libri e altre questioni impressionandola per la vastità delle sue conoscenze. Le raccontò inoltre, e io in questo mi sento simile a lui, delle sue origini abruzzesi, della nostalgia quotidiana per le sue montagne, dell'affetto e della gratitudine che sentiva per i suoi vecchi genitori. Rimase estasiato dalla bellezza di mia madre, bionda, alta, e così dal suo temperamento gioviale e simpatico, sempre con la battuta pronta. Fu facile intendersi perchè avevano in comune la stessa fede politica e sintonizzati sulle medesime sensibilità. Dopo una breve frequentazione si fidanzarono ufficialmente, chè così si faceva all'epoca! I genitori di mia madre accolsero come un figlio mio padre e dopo un anno e mezzo si sposarono, questo nel cinquantacinque, a gennaio, e dopo un po' nacque il sottoscritto, poi Annarella e Giacomo."

"È proprio una bella storia questa, e i tuoi si amano ancora?"

"Penso di si, anzi sono sicuro, vedi, loro sin dall'inizio, oltre la naturale reciproca attrazione, hanno condiviso un progetto che ancora li accomuna. La Rivista e l'impegno politico-culturale. Infatti subito mia madre divenne la collaboratrice più preziosa di mio padre, la sua socia in tutto e per tutto e così per l'impegno nel partito. Penso che sia stata una buona moglie, e per quel che mi riguarda, una buona madre. Eh! Me li ricordo ancora, come adesso, tutti e due insieme a studiare, a leggere, e a scrivere fino a tarda notte. Si sono inoltre sempre trovati d'accordo sulla nostra educazione e io e i miei fratelli siamo cresciuti nell'esempio dei valori nei quali essi credevano e credono, la carità la libertà, la giustizia. Ma la cosa più bella di cui dò atto a mia madre è stata come lo è ancora, l'amore per le nostre radici abruzzesi che lei ha fortificato e rafforzato in ciascuno di noi. Lei, napoletana da generazioni, è infatti attaccatissima alla Marsica, a Celano. Senza mai esserci andata, amò quei luoghi fin dal primo momento, appena sentì l'amore che papà nutriva per quelle terre. Amandolo amò il suo paesetto, la sua casa, le pietre e la terra e fu lei a piangere più di tutti quando il nonno Rocco morì, come e più di una figlia per lui, che non aveva avuto figlie femmine. Ma anche nonna Maria Carmela l'adora. Ecco questo è il progetto d'amore al quale i miei si sono ispirati con coerenza e sacrifici. Un amore posto al servizio degli altri per un ideale di solidarietà e di giustizia. Noi, come ti dicevo, siamo cresciuti in questo clima, in quest'esempio, senza troppe discussioni o prediche respirando un'aria di libertà e di apertura in una casa sommersa da libri e giornali. E ricordo anche, sin da quando ero bambino, le cene con i loro amici, davanti a grossi bicchieri di vino, discutevano di politica, della vita, delle loro speranze in un mondo migliore, tutti accomunati da un comune ideale, da una tensione per una società più giusta e libera. Ma non pensare che tutto sia stato, come si dice, rose e fiori. Momenti di difficoltà ce ne sono stati e anche tanti, ma siamo riusciti, mi metto anch'io, a superarli. Da una parte mio padre, passionale e ardente, dall'altra lei a bilanciarlo con la sua innata saggezza, con un senso di equilibrio e ottimismo."

Esther mi ha chiesto "e tu ? A chi ti senti più somigliante?"

"Io? Io sono un misto, passionale ma anche razionale, forse troppo!, ma sono sopratutto un ribelle, uno spirito contestatore come loro, anche se, forse, il mio, probabilmente per l'età, è un ribellismo donchisciottesco. Si è ribelli per età, per carattere, per educazione, sono un ribelle ma per adesso il mio spirito si rivolge al quotidiano, anche se penso di aver fatto la mia parte, seppur modestamente. Spesso, e tu lo sai, bisogna lottare proprio con se stessi e vincere dentro di se il conformismo, la moda, soprattutto quella che si dichiara progressista di sinistra. Tu sai i miei trascorsi di extraparlamentare, e sai che ero sincero, però in quei contesti si respirava un clima di conformismo, di adesione a verità granitiche, poco spazio per i dubbi, tante certezze, tanti miti, ma anche tante utopie. Oggi ho meno miti, sono più scettico, sono ancora un ribelle... del resto io sono marchiato, non sono battezzato non credo nella Chiesa e in nessuna Chiesa, fino a qualche tempo fa avevo una fede incrollabile in una religione che si chiamava comunismo, adesso ho molti dubbi e mi dichiaro, imitando Silone, un socialista senza partito, e un cristiano senza Chiesa."

Esther ha detto conciata "aspetta, aspetta, stai correndo troppo...ma come non sei battezzato?"

"No, non lo sono. ti sorprende? i miei non si sono sposati in chiesa ma solo in municipio, ma siamo tutti quanti noi molto religiosi, appunto cristiani senza Chiesa. No, nè io, nè i miei fratelli siamo stati battezzati, la chiesa cattolica, ci dissero i nostri genitori, era, come è, troppo compromessa con il potere: ieri con i fascisti, oggi con i democristiani e domani con chi più gli farà comodo. No, Gesù era contro il potere e lo ha combattuto, e dal potere fu mandato sulla croce. Non ammise compromessi, e quindi sotto il tetto della chiesa non ci può essere spazio per i corrotti, i violenti, i predatori, gli assassini, quelli appunto che decisero la crocifissione di Gesù Cristo. Per i peccatori lo spazio c'è, del resto tutti lo siamo, ma per i peccatori pentiti non come quelli, ipocriti, che Cristo chiamava sepolcri imbiancati, belli di fuori ma puzzolenti dentro. Certo i miei genitori all'epoca diedero scandalo, ma non ci fu niente da fare, neanche per le rispettive famiglie, furono irremovibili e coerenti, sposarsi in chiesa sarebbe stata un'ipocrisia, nonostante si professassero, come tuttora, cristiani. Ma il loro è un modo di intenderlo radicale, semplice, da attuare colle opere, piccole se vuoi... e anche per questo presero a cuore le sorti dell'Asilo, ricordi? Fedeli all'insegnamento di Cristo per il quale i bambini erano i preferiti. Infine molto ha giuocato nel loro spirito religioso Silone con il suo Cristianesimo semplice e autentico, saldato al socialismo umanitario intimamente collegato ai valori evangelici. Ciò non toglie che noi possiamo fare diversamente, nulla ci è stato imposto, e niente rimpiangiamo, anzi, per esempio Anna e Giacomo sono andati ad un raduno di Boy-Scouts, sono liberi, e se vorranno battezzarsi, ricevere i sacramenti nessuno glielo impedirà, così anch'io."

Esther mi ha dato l'impressione di essere turbata ma al tempo attratta dalla mia storia; mi ha chiesto "e tu che farai?"

"Non lo so, chi lo sa? Ma ti confesso che la comunione noi la facciamo, una volta all'anno, a Celano, a Pasqua. Il mercoledì santo, tutti quanti insieme facciamo il pane... chi versa l'acqua, chi la farina, chi impasta... poi lo mandiamo a cuocere e lo mangiamo ancora caldo insieme al vino."

"Ma questo è possibile secondo la Chiesa? O non'è... blasfemo?"

"Sicuramente si... ma noi con quella Chiesa abbiamo ben poco a che fare... la Chiesa, come disse Gesù, siamo tutti noi... Ti dicevo del pane e del vino... mia nonna li consacra e santifica ricordando il sacrificio, l'amaro calice che Nostro Signore dovette bere... in fondo a causa nostra... del resto mia nonna ha visto più di una volta Gesù nella Marsica."

"Veramente?", ha esclamato esterrefatta.

"Certo... tutti i poveri, i miseri, i cenciosi puzzolenti, i nostri pastori... i mendicanti... chi è secondo te Gesù? Nacque in una stalla adagiato in una mangiatoia... e l'annuncio della sua nascita fu dato ai pastori, agli uomini semplici..."

Concluso quel lungo monologo ho bevuto del vino, Esther mi guardava sorridendo ma pensosa.

Non che mi scandalizzasse quanto mi ha detto Pietro, però è la prima volta che m'imbatto con uno scenario tanto diverso dal mio. Certo ho ricevuto dalla mia famiglia, in particolar modo da bambina, tutti gl'insegnamenti che la religione cattolica impone, naturalmente sono stata mondata dal peccato originale e battezzata nonchè, coerentemente alla tradizione, ho fatto "la prima comunione", all'età di nove anni senza capirci un tubo, e quello che mi ricordo sono le pizzette di Moccia, la torta, la coca-cola, le bomboniere e i regali costosi ricevuti dal parentado tutto. Ma, come accade spesso, mi sono con gli anni allontanata da quelle che ritengo più che altro consuetudini e convenzioni. Quello che ho conservato dentro di me è una sensibilità che mi fa sentire vicina alla figura di Gesù, alla Sua Buona Novella che secondo me si risolve essenzialmente nel Discorso della Montagna: le Beatitudini. In molte occasioni ho polemizzato soprattutto con mia madre, bizzoga e sanfedista, alla quale non garba la vita che conduco, la ritiene addirittura immorale, in antitesi ai principi e ai comandamenti della Chiesa.

In effetti l'espressione usata da Pietro, cristiano senza chiesa, appare calzante anche a me. Gli ho detto "io, diversamente da te, ho fatto le esperienze... religiose nel solco della tradizione... e per giunta ho dovuto frequentare le scuole dalle monache fino alle medie ... poi, sai ... anch'io sono una ribelle, cosa pensi di essere il solo?, e ho dovuto lottare soprattutto con me stessa, con tutte le cose sbagliate dell'educazione inculcatami a casa ... dalle monache... quel falso moralismo, quel perbenismo stantio e ipocrita, quei precetti assoluti e innaturali... ma ci vuole coraggio, non puo permetterti pause... penso di averne, di coraggio, ma... non sempre è facile!"

Pietro ha detto "essere ribelli non significa aver sempre ragione, spesso lo si è per spirito di contraddizione, e non è mica detto che sia nel giusto, del resto... il dubbio vale per tutte le cose. Ritornando alle questioni religiose si tratta appunto di superare, come hai detto, il moralismo, il formalismo, i dogmi, e penso che tu sia molto religiosa, lo dimostrano tante cose, la tua sensibilità, la tua innata bontà, anche se sei stata qualche volta con me cattivella,... e poi il tuo amore per i bambini, cosa c'è di più cristiano?"

Ho pensato "e se un giorno ci sposiamo?"

Gli ho chiesto "Pietro, senti ma... e se un giorno... io e te... cioè, si... insomma se un giorno ci sposiamo, non ci sposeremo in Chiesa?" Povero Pietro, sono saltata di palo in frasca, e per di più gli propongo di sposarci, e in Chiesa. Sono strana. Sono strana?!

E' molto stupito. Si gratta la testa come fa sempre quando è in ambascia. Una pausa, un'altra pausa. Parole difficili. Pietro mi ha detto "mi sembra un tantino prematuro parlare di matrimonio, Esther. Appena appena ci siamo fidanzati dopo mesi e mesi travagliati, questo non vuol dire che la prospettiva di stare con te... per sempre non sia meravigliosa. Però, io penso che noi dobbiamo vivere quest'amore giorno dopo giorno, godere la libertà del nostro stare insieme senza regole, senza cadere nel falso moralismo, nei modelli culturali stereotipati, Noi e soltanto Noi siamo i padroni della nostra vita, del nostro tempo. E' bello stare qui con te, senza l'assillo dell'orologio, del tempo, per quanto il tempo sia tiranno e da dopodomani non staremo più assieme. Il tempo però non è soltanto lo scorrere dei giorni dei mesi, è anche, se non soprattutto, uno spazio tutto nostro, dove possiamo plasmarlo il tempo, Noi, secondandolo alle nostre reciproche aspettative. Il tempo, Esther, siamo Noi..."

Si è davvero prematuro, sono un'inguaribile romantica, e il vestito bianco con annessi e connessi ancora mi lusinga, meglio laciar perdere. Intanto mi è venuto freddo. Ci siamo avvicinati al fuoco, Pietro ha riattizzato la brace morente. Ci siamo accoccolati intorno al camino. Pietro ha preso una coperta e l'ha stesa sul pavimento. Le fiamme hanno avvolto i tronchi di ulivo e di quercia, ci siamo riscaldati. Un dolce concerto intanto proviene dalla campagna là fuori, cicale, grilli, uccellini. Abbiamo gustato il silenzio, arrossati dalle fiamme crepitanti, che creano ombre ingigantite sulle pareti. Pietro mi ha preso le mani, me le ha baciate, poi ha sollevato il polso con il monile, avvicinandolo alla luce del fuoco. Gli ho detto "la mezza luna... la stella... il cuore... che carini, è bellissimo questo braccialetto, da quando me l'hai dato non smetto di guardarlo." Con fare vanitoso ho detto ancora "mi sta bene, vero?" Pietro ha detto "benissimo!" Gli ho chiesto "e come mai hai scelto questi ciondoli? Come facevi a sapere che mi piacevano?!"

"Bah, come facevo... miracoli dell'amore! I ciondoli?, allora.... la stella sei tu, pensavo di averti perduta dopo averti visto una sera nel cielo ... riconosciuta tra milioni di stelle ... pregai il Dio del Vento che mi portasse da te... ma non ti trovavo più... e pensai di averti perduta... ma adesso ti ho ritrovata; la mezza luna è la luce... ma non quella solare calda e asfissiante, ma luce fresca e azzurra... la notte era buia senza di te e pregai il Dio della luce che mi illuminasse... adesso risplendo con te; il cuore... era il mio e il tuo, ma erano divisi e lontani e pensavo che non avrebbero potuto battere e pulsare insieme... pregai il Dio del Cuore... adesso c'è un solo battito... la stella, la mezza luna e il cuore si sono riuniti, attaccati e saldati da questa catenina... e ogni maglia rappresenta una stagione come una vita senza fine...senza che s'interrompa... il tempo si confonde, passato presente e futuro si cancellano davanti all'infinito..."

Esther si è abbandonata leggera sul mio petto per ascoltarmi il cuore. Ci siamo spogliati ammirandoci, pervasi dalla luce delle fiamme schioppettanti... i riflessi che emanano si intrecciano ai nostri capelli. Le ho raccontato una fiaba cullandola, Esther si è addormentata, lanciata dalla mia storia semplice di rospi e fate e principi e principesse verso cieli senza nuvole e pascoli verdi, nel pronunciarla sono entrato anch'io nella fiaba, il fuoco si è ormai assopito, Piffero e Flauto accoccolati e acciambellati accanto ci hanno vegliato proteggendoci da qualsiasi demone o fantasma.

La mattina dopo, bruscamente m'ha svegliato lo squillo del telefono, sbadigliando e assonnato ho raggiunto l'apparecchio, davvero maledetto. Mio padre; ha detto "domani, nel pomeriggio saremo a Scario. Tutto bene? Bene, anche noi. A domani e saluti a Esther!"

Posato il ricevitore sono rimasto seduto sulla poltrona guardando Esther ancora dormiente. Non voglio svegliarla, è l'ultima volta che posso vegliarla, il suo viso è sorridente. La vacanza sfuma, il tempo è davvero tiranno, questa settimana è volata, mi viene l'ansia, reprimo il magone che mi sale nella gola.

Mi sono avvicinato per svegliarla dolcemente, "buon giorno ... amore..."

Stiracchiandosi ha detto "buon giorno anche a te...". Le ho detto con voce mesta "ha telefonato mio padre, arriveranno nel pomeriggio... spero ti faccia piacere nonostante il loro arrivo significa la tua partenza..."

Non ha profferito parola, mi ha dato un bacetto, è scivolata via coprendosi con la coperta, in cucina ha bevuto, si è inerpicata su per la scala a chiocciola.

Abbiamo fatto colazione silenziosi. Abbiamo riordinato e pulito la casa facendo molta attenzione alla camera da letto senza lasciare tracce della nostra presenza, le lenzuola matrimoniale debitamente nascoste nel mio borsone, le porterò con me a Celano, le farò lavare in una lavanderia. Ho chiamato Tonino avvertendolo dell'imminente arrivo della famiglia. Siamo andati al porto.

Mentre manovravo nella rada sempre più caotica di barche, motoscafi, gommoni eccetera, Esther ha detto "uffa uffa uffa!! È l'ultimo giorno ultimo bagno, ultima notte... sono triste."

"Anch'io... ma non pensiamoci, piuttosto dove vuoi che ti porti... di nuovo a Punta Infreschi?"

"Si, si, è il posto che più mi è piaciuto, però vorrei guidare la barca, posso Pietro?" Le ho lasciato il timone, Esther ha preso il posto di comando divertita. Esther si è messa in piedi e sicura afferra il timone, questa scena mi compiace, Esther sicura e fragile, arrogante e confusa, ma soprattutto selvaggia e ribelle. Le ho detto per irretirla "però, ma sei proprio brava, lo sai? Sei la mia allieva... in tutto!"

Prontamente ha ribettuto dicendo "e no caro: forse in barca... ma dove pensi tu... mi dispiace, ma ti ho dato ampie dimostrazioni... altro che allieva!", e mi ha guardato con aria di sfida. Ho pensato "effettivamente Esther si è dimostrata molto audace e abile conoscitrice dei reconditi luoghi del piacere...", ho ricordato soprattutto la tortura sotto la doccia dove mi sono sentito suo schiavo d'amore. Poi mi è sorto un dubbio, vittima della sua controprovocazione. Esther sei una troia. Mi è venuto in mente di schiaffeggiarla, dirle "sei una puttana, una bugiarda!" Un misto di passione e gelosia mi ha dato alla testa. In quei pochi minuti ho sperimentato dentro di me un ennesimo e acerrimo conflitto: da una parte la mia libertà, dorse presunta?, da ogni schema e tabù; dall'altra, l'istinto del maschio, la gelosia, la paura, un'altra faccia di Eros. Ho ricordato ancora una volta la storia di Psiche e Amore e i loro tormenti; sto cercando le parole per controdedurre ad Esther. Non può passarla liscia; le ho detto "già, mi hai dato... come hai detto? Ah, si... ampie dimostrazioni e...ehm... si...", mi sono bloccato, intuendo che la sottile provocazione di Esther è riuscita in pieno: non posso reagire; se le dò della puttana mi dò una zappa sui piedi facendo una pessima figura; se mi metto in competizione faccio la figura del ragazzino: sono in un cul de sac! Esther mi ha guardato muovendo il viso; con un sorriso disarmante e da finta ingenua, quale non è, ha detto "allora, Pietro, che c'è? Hai perso la parola?"

Non so che pesci pigliare, che cazzo dire. Respiro profondo. Eureka! La provocazione va aggirata semplicemente. Eccellente, Pietro!

Le ho detto pacato "ma io lo sapevo già... per questo ti ho voluto e desiderato, e ti amo, ed è stato bello imparare a fare l'amore... insieme; no, prima scherzavo, nessun maestro, nessuna allieva, ma entrambi pionieri, scopritori del mondo del piacere, la scoperta più bella insieme a tante altre. Di solito, sai che succede, a proposito di maestri e allievi? Che l'uomo conosce, biblicamente!, donne più grandi ed esperte che gl'insegnano a far l'amore, con tutti i trucchi, gli artifici e anche le tecniche affinchè, strano ma vero, i maschioni smaliziati possano violare le vergini; iniziati, quindi, all'amore dalle donne, iniziatori, loro, poi delle donne. Chi ha iniziato per primo? Non lo so. È come domandarsi se è nato prima l'uovo o la gallina. Ma non sempre è così, non sempre cioè gli uomini e le donne si iniziano in questo modo e infatti, manco a farlo apposta, noi siamo un'eccezione perchè nessuno aveva fatto l'amore... e questo penso che sia una delle cose più belle che ci potesse capitare. Nonostante la nostra inesperienza la prima volta è stata dolce e tenera e sono contento che per te non sia stato traumatico... ci siamo infatti lasciati guidare dall'istinto e da una insita dolcezza e naturalmente dall'amore... che è facile se si possiede un cuore libero dalle ipocrisie moralistiche. Fare l'amore è gioia, dono, apertura all'altro, comunicazione, nel mostrare le proprie nudità si deve necessariamente mostrare anche l'anima, e non provare vergogna è sintomo di amore di sè e dell'altro; chi rifiuta l'amore, forse, è un egoista, tutto chiuso nel suo guscio, incapace di mostrare non solo il suo corpo ma anche la sua stessa vita; vuol dire che non ci si vuol bene abbastanza, che si ha paura dell'altro, rifiutando il dialogo intimo dei corpi. L'amore, il sesso, se vuoi, fa bene, ma qui è chiaro che entrano in gioco mille altre questioni molto complesse. Per adesso, ti confesso, ma tu lo sai bene, che i momenti più belli sono stati quando abbiamo fatto l'amore e così dopo, addormentati e sognanti, finalmente ancorati nel nostro mare tempestoso. E d'altra parte Eros senza amore è solo sesso, e amore senza Eros è astrazione, illusione. Non esiste Eros senza amore e viceversa, e chi lo nega è in mala fede oppure soltanto uno stupido! Non ti pare, cara Esther, cara la mia comandante... ma insomma quando arriviamo?"

Esther ha detto "eccoci, siamo arrivati... va bene quì?"

"Si, mio comandante, benissimo!"

"Allora buttate l'ancora ... mozzo!", mi ha intimato divertita dal nuovo gioco. Mi sono messo sull'attenti e ho gettato l'àncora annodando la cima alla bitta. Le ho chiesto "adesso cos'altro posso fare, o mio comandante?"

Con piglio lei ha detto "mozzo: ho sete, portami da bere e subito!"

Immediatamente ho preso la bottiglia d'acqua, avvicinandomi in un baleno ho capovolto la bottiglia sulle spalle e il viso di Esther, l'acqua è gelida, Esther ha gridato, io mi sono messo a ridere, mi ha riempito di improperi, ha cercato di pizzicarmi ma sono stato più lesto e mi sono lanciato invitandola a fare altrettanto. In acqua ho levato via il costume assaporando un senso di libertà, Esther, dopo aver fatto pace, mi ha imitato, e gettati i costumi in barca, come due pesci abbiamo cominciato a nuotare, con ampie bracciate, sgusciando come delfini imitandone il verso!

... e, racconta un vecchio marinaio di Maratea, quel giorno tutti i pesci del golfo di Policastro sembravano impazziti ... si videro branchi di delfini scivolare sull'acqua, saltando giocosamente verso Punta Infreschi, racconta ancora, il vecchio marinaio, che il mare si colorò di raggi multicolori e che le stelle marine si accesero sui fondali ... quel vecchio marinaio però, non fu mai creduto!

Rincasati poco prima del tramonto, abbiamo trovato la famiglia al completo e, naturalmente, il buon Tonino. Dopo i convenevoli, e un pizzico d'impaccio corso tra Esther, mammà, papà, e, s'intende, il sottoscritto, abbiamo gustato dei succhi di frutta in giardino. Poi, visto che cominciava a far scuro, mia madre, Anna ed Esther si sono messe ai fornelli, mentre io, Giacomo, mio padre e Tonino chiaccheravamo davanti ad una caraffa di terracotta ricolma di vino fresco con delle percoche a macerare. Tonino ad un tratto ha poggiato sul tavolino un fiasco impagliato di vino color rossiccio; lo ha versato nel bicchiere di mio padre e gli ha detto "bevete, bevete Nicò, e ditemi che ne pensate, è vino vecchio, ma buono...". Lui ne ha inspirato il profumo e lo ha degustato a piccoli sorsi; ha annuito con la testa e ha detto soddisfatto "speciale, veramente speciale Tonì... come sempre!!", Tonino visibilmente compiaciuto ha versato da bere anche a noi, abbiamo apprezzato, ho portato del vino anche alle donne che armeggiavano ai fornelli.

Più tardi, apparecchiata la tavola sul patio, è arrivata una fumante sperlonga di maccheroni al sugo con melanzane e mozzarella, rinverditi da foglie di basilico. Abbiamo brindato ancora all'estate e ai giorni futuri, mio padre ha brindato in onore di Esther, ha detto "alla nostra ospite che purtroppo domani ci lascia, ma che sarà sempre la benvenuta!"

I bicchieri hanno tintinnato, Esther è arrossita contenta, Giacomo non ha perso l'occasione di sfruculiare, e ha intonato un "auguri, auguri, bacio, bacio!", è stato subito zittito dallo sguardo severo di mio padre. Ho abbracciato da tergo Esther, ho chiesto la parola, mi sono messo all'impiedi, ho levato il bicchiere al cielo; ho detto "vorrei fare due brindisi; a Tonino: grazie per la tua amicizia e la tua umanità, sincera come il vino di queste uve delle tue terre che ormai sentiamo come nostre, la tua amicizia, Tonì, vale un tesoro!", i bicchieri si sono avvicinati, Tonino commosso ha detto "grazie, grazie, cumpà!"

"Poi, un altro brindisi ai nostri genitori, per questa magia, questa pace e quest'allegria serena, merito vostro che ci fate apprezzare le cose belle, semplici ed essenziali, grazie!", i calici si sono toccati tintinnando, mammà e papà hanno sorriso. I brindisi sembravano conclusi, Esther, sorprendendo tutti, ne ha proposto ancora un altro. Mio padre ha detto "silenzio, sentiamo Esther...". L'ho guardata curioso.

Esther ha alzato il suo bicchiere; ha detto "vorrei brindare ad Anna, Giacomo e Pietro, per la loro bontà e ospitalità, per l'amore che sentono per le cose belle, le loro care montagne abruzzesi dove un giorno spero di poter venire anch'io!, e così ringrazio Nicola e Francesca!"

Mio padre ha fatto un piccolo balzo sulla sedia, ho capito subito l'effetto che gl'hanno provocato le parole di Esther; lui ha detto "cara Esther, ti ringraziamo per queste parole che non mi sorprendono, sei la benvenuta e t'invito formalmente a venire a Celano, quando vorrai!"

Esther ha ringraziato e persa ogni timidezza ha augurato "buon appetito a tutti!", ci siamo gettati affamati sui maccheroni, il vino è scivolato nelle gole arse dalle lacrime da tutti inghiottite, rinfrescandole.

Dopo cena ho domandato ad Anna se per caso si era fidanzata, ma Anna, non malcelando con un'espressione seccata il fastidio a quella che sentì un'indebita intrusione nella sua vita privata, ha detto "non sono fatti tuoi, Pietro!!"

Mi ha raggelato, le ho detto "scusami, non volevo essere indiscreto...". Mia madre prontamente è intervenuta per sdrammatizzare, abilmente ha cambiato discorso per proteggere Anna dalle facili battute mie e di Giacomo, Anna infatti si era fidanzata per davvero, come mi confessò il giorno dopo. Mio padre è stato zitto. In effetti è geloso della sua bambina. Insomma qui sta succedendo un casino. Qui stiamo crescendo tutti. Mia madre è gelosa di me, mio padre di Anna, Giacomo probabilmente perlomeno una cottarella ce l'avrà, e finisce che mammà e papà saranno gelosi entrambi, meglio eclissarsi e tagliare la testa al toro. Ho detto ad Esther "è tardi, andiamo a dormire, domani il treno parte alle sette e mezza!" Mia madre ci ha guardato, quel "andiamo a dormire" l'ha lasciata di stucco. Immediatamente prima che congetturasse cose sbagliate ho detto "Anna: Esther dorme con te, problemi?" Anna ha detto "no, per carità!" e rivolta ad Esther le ha detto "sono contentissima Esther!" Bene, bene. Oddio, è chiaro che io ed Esther vogliamo dormire insieme, potevamo anche mettere tutti dinanzi al fatto compiuto. Meglio evitare, d'altronde Esther mi ha espresso le sue titubanze, l'imbarazzo che avrebbe provato. Apparentemente sembra una formalità, non è così, meglio salvaguardare la nostra giovane intimità e non creare imbarazzi negli altri.

Abbiamo dato la buona notte e, saliti al piano di sopra, siamo rimasti a chiacchierare di cose banali, ci siamo salutati impacciati, Esther è scivolata dentro la camera di Anna senza voltarsi.

Sono in camera mia. Il distacco e la lontananza da Esther è già iniziata, mi sento svuotato e depresso; ho ricordato quanto mi ha detto Renato, un po' di lontananza ci farà bene, ma è difficile accettarla. Ho ricominciato la lettura del libro di Hesse, ho letto una ventina di pagine, poi il libro è cascato sul pavimento, ho abbracciato il cuscino: la federa è del cuscino di Esther, non l'ho cambiata appositamente per sentire, fin quando rimarrò a Scario, ogni notte il suo profumo che ha impregnato il tessuto...

Sul treno, l'indomani, proveniente da Reggio Calabria abbiamo preso posto in uno scompartimento per fortuna vuoto. Siamo stati in silenzio leggicchiando fino a Battipaglia. Poi Esther mi ha chiesto "che c'è, hai perso la parola?"

"Uhm, niente... cioè... è che sono un po' triste Esther, sinceramente, non c'è nient'altro... questi giorni sono volati, succede sempre così non è vero?, e poi, quando ti rivedrò?"

"Anch'io sono un tantino triste, ma ci rivedremo presto... e poi un po' di lontananza da me ti farà bene."

Pacato le ho detto "solo a me? E perchè mai, scusa? Meglio sarebbe dire a tutti e due, non credi?"

Esther ha mosso il viso e ha replicato "si, forse, ma in parte, perchè penso che tu ti stia facendo troppo coinvolgere dalla nostra storia... pensi che io sia tua, che la pratica sia ormai chiusa. Ma t'illudi, non sono tua! Adesso siamo in vacanza, poi torneremo a Napoli, alla vita di tutti i giorni, il nostro rapporto è tutto da verificare, non pensi?"

L'ho guardata, mi ha sorriso con quella faccia da finta ingenua che le serve per farmi squagliare. Che dovrei fare? Incazzarmi? Dirle che in effetti un po' di lontananza farà bene ad entrambi? Perchè solo a me? Ho evitato e ho cambiato discorso domandandole dei suoi programmi.

"Starò a Massa finchè non partiamo per l'Elba con Ileana e Sandra: andremo in treno fino a Livorno e da lì in traghetto per l'isola: a Porto Ferraio staremo in una piccola casetta che ha fittato Sandra e..."

L'ho interrotta e le ho chiesto "e lì che farete? Con chi starete? Quanto tempo starete?"

Infastidita è sbottata dicendo "ehi quante domande?! Ma che cos'è un interrogatorio? Che vuoi che faccia, ci divertiremo, finalmente sole e libere, senza voi fidanzati,... sei il solito gelosone... e tu piuttosto che te ne fai di te? Quando vai a Celano?"

"Prima di ferragosto! Come sai avrò da studiare e lavorare, prospettiva che però non mi dispiace affatto. Dopo ferragosto la famiglia si riunirà, verranno infatti anche i miei zii e cugini. Poi, con molta probabilità, accompagnerò mio padre a Roma verso la fine di agosto e spero in quell'occasione di andare a trovare Adriano e Sofia... poi a Napoli, dove spero tu ci sarai..."

Esther ha detto "forse...", mi ha invitato a sedermi vicino a lei.

"Quanto ci manca per Pompei Pietro?"

"Non più di mezz'ora, abbiamo già passato Salerno...".

"Pietro mi penserai?"

"Sempre, Esther, sempre..."

Mi sono affacciato sul corridoio del vagone, ho chiuso le porte, ho tirato le tendine, ci siamo baciati e carezzati fino a Pompei.

Scesi dal treno abbiamo chiesto informazioni circa la Stazione della "vesuviana" per Sorrento, da lì avrebbe proseguito per Massa in pulmann. Alla stazione, denomitata in modo alquanto singolare, Villa dei misteri, i vagoni del treno sono gia sui binari, le ho portato il bagaglio all'interno, poi sono rimassto sul marciapiede a pelo del vagone con Esther appena dentro, l'uno di fronte all'altro, distanziati da appena qualche millimetro. Sono corsi sguardi intensi, senza parole, troppo difficili e troppo scontate.

Esther mi ha dato una carezza; ha detto "mi mancherai..."

"Quanto Esther?"

Non c'è stato tempo per rispondere, il Capostazione ha fischiato, il semaforo ha segnato il verde, le porte si sono chiuse, mi sono scansato, Esther si è appiccicata ai vetri quasi baciandoli, dopo un attimo era lontana. Mi sono ritrovato solo e sconsolato alle due del pomeriggio di una domenica di agosto. Frastornato e vuoto ho sistemato gli occhiali da sole per nascondere piccole lacrime.

Durante il viaggio ho dormito per evitare di fumare e pensare; mi sono svegliato nei pressi di Pisciotta, sudato e in cerca di Esther; ormai non mancava molto per Sapri e ho preferito rimanere affacciato al finestrino in cerca di frescura; il treno in alcuni tratti è transitato non lontano dal mare e sono riuscito a scorgere molti tratti della costa lambiti con Esther. Senso di nostalgia.

A Sapri ho trovato Tonino ad aspettarmi. Con delicatezza mi ha domandato "compà, cumm' t' sient'?"

"Eh!, caro tonino come vuoi che mi senta!?"

Il buon uomo sospirando ha detto "eh!... Piè, tieni ragione... sì innàmmurato!, ma anche Esther, è cotta altrochè... come ti guardava in questi giorni!"

Le parole di Tonino mi hanno rincuorato, non che ne avessi chissà quanto bisogno, però si sa, il distacco tra 'nnàmmurati, crea dubbi e timori...

La sera stessa siamo andati a cenare a Palinuro, da Gerardo, che al nostro arrivo ha fatto grandi accoglienze, preparando ottime pietanze e condendo il tutto, come sempre, di ottimo vino.

Mentre gustavamo il dessert, ananassi svuotati e colmi di gelato e pezzi di frutta, Gerardo si è seduto a tavola vicino a mio padre; gli ha detto ammiccando "dottò, dottò, vostro figlio è venuto qui qualche sera fa... cu nà bella piccerella, ma vi dico proprio bella... dottò, se la mangiava con gli occhi, il nostro Pietro ...", Gerardo ha fattio dei gesti ironici suscitando le ilarità generali, ho riso anc'io.

Mio padre strizzandogli l'occhio ha chiesto allo chef "e lei? La piccerella?"

Gerardo ha allargato le braccia, ha versato del vino, ha detto "eh, lei,... dottò lei... e che vi devo dire? Pietro c'aggià dì? Lei se lo mangiava e beveva il nostro Pietro!", Gerardo è scoppiato a ridere contagiando tutti, ho riso anch'io ma un po' forzatamente, la verità è che sono un tantino permaloso. Ma la vita è fatta così, oggi sei martello e domani sei incudine...; io, grande sfottitore degli amici e dei fratelli, stavolta sono stato al gioco, in fondo, battute a parte, anche Gerardo conferma che Esther è... proprio 'nnàmorata!

Siamo rincasati tardi, mi sento stanchissimo, sono letteralmente crollato sulle lenzuola affondando la testa nel cuscino che emana il profumo della mia Sirena, sono confuso, meglio dormire.

Nei giorni seguenti ho avuto modo di ristabilire con Anna un buon contatto. Anche per Anna il tempo dell'adolescenza fugge via, la vedo intenta a scrollarsi il suo clichè di ragazzina, volitiva nell'affermate la sua personalità, il suo atteggiamento forte e aggressivo non mi sorprende affatto.

E' di circa tre anni più piccola di me, bionda come mammà, ma non riccia come me e Giacomo. Sicuramente è una bella ragazza, di una bellezza classica e regolare, il suo corpo è quello di una donna.

Confesso di essere stato troppo protettivo, e geloso, è bene evitare, trovare i toni giusti e le parole appropriate. Infatti è stato così, mi ha confessato del suo fidanzato, Alfredo, che ha conosciuto al Campo Scouts, e delle le sue trepidanze e il reciproco affetto che sentono. Poi anche Giacomo, messi da parte sfottò e battute, mi ha raccontò di Isabella, mostrandomi una lettera piena di frasi poetiche che sta scrivendole, gli ho dasto qualche piccolo suggerimento che lui ha accettato con entusiasmo, pensa che sia un Casanova, gli lascio quest'illusione.

Mi fanno un casino di tenerezza Anna e Giacomo, anche loro pionieri dell'amore, tra un po' conosceranno i tormenti e le delizie di Eros.

Una sera ho sentito Esther, ma è stata l'unica volta, abbiamo deciso di scriverci piuttosto che telefonarci.

Gli ultimi giorni a Scario son stati sereni, in ogni cosa e in ogni luogo scorgo Esther, e il suo pensiero non m'abbandona mai. Un pensiero tranquillo, anche se appena appena sfiorato dall'ansia.

In fin dei conti è tutto normale...

La federa del cuscino ha perso il profumo di lei, è venuto il giorno della partenza per Celano.




permalink | inviato da inpartibusinfidelium il 11/12/2007 alle 17:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
11 dicembre 2007
Intangibile amore: II^ parte del 3° capitolo
 

"Bene, Pietro Spina è un ribelle, un uomo che agisce e pensa con la sua testa, che non si piega al conformismo dilagante dell'epoca fascista e così alle tradizioni e all'ipocrito cattolicesimo proposto da tanti parroci compromessi con il regime. È un individuo che lotta, che mette in pericolo la sua vita per i suoi ideali di solidarietà e di giustizia sociale, perciò subisce angherie e vessazioni, è costretto a rifugiarsi all'estero per scampare alle persecuzioni della polizia fascista, ma il suo scopo è sempre quello di ritornare nei suoi luoghi natii, in Abruzzo e organizzare i suoi cafoni contro i nemici della libertà. Insomma, hai capito il nome che porto? Non ti nascondo che talvolta mi pesa il simbolo, i simboli che esso rappresenta. Quando ero più piccolo mi avevano mostrato in foto e in televisione Nenni, mentre alle mie richieste di vedere o quanto meno conoscere Spina, mi si diceva che questi era forse all'estero. Quando poi sono diventato più grande e militavo in Lotta Continua, non avendo grandi simpatie per il partito socialista, portare il nome di Nenni non mi faceva tanto piacere. Poi lessi il seme sotto la neve e scoprii che Spina era una figura letteraria, ma per me era come se fosse realmente esistito. Pensavo in realtà che Spina fosse comunista, invece scoprii che era approdato al socialismo e che quindi rappresentava l'identica parabola della vicenda politica del suo creatore, Silone, appunto, che, da fondatore del partito comunista, se ne distaccò col tempo, disgustato dall'ideologia e da una permanenza in Russia. Spina, quindi, è un socialista cristiano, e infatti, forse ti sorprenderà, per mia nonna simboleggia Gesù Cristo... pensa un po'! Dopo che nacqui mio padre scrisse a Silone per dirgli del nome che mi aveva dato per la gratitudine e l'affetto che tutta la nostra famiglia sentiva verso di lui. A Napoli ti farò leggere la risposta di Silone che mio padre conserva gelosamente. Un giorno - mi dice sempre al mio onomastico - sarà tua! In quella lettera il caro Silone lo ringraziò del gesto ritenendo, probabilmente con falsa modestia ma con sincera umiltà, immeritata quella gratitudine. Lui vecchio amico di Nenni, nonostante i contrasti politici, si dichiarò felice per quel tributo all'anziano leader e ricordò a mio padre che Gesù aveva un apostolo che si chiamava Pietro, il quale, pur tradendolo per ben tre volte, fondò la sua Chiesa. Ricordo quasi a memoria le parole con le quali Silone concluse la sua lettera... che il tuo figliolo, che spero un giorno di conoscere quando capiterò dalle nostre parti, possa fondare non una nuova chiesa, che ce ne sono già troppe, ma rapporti umani fondati sull'amore, la giustizia, la tolleranza e la carità ispirandosi ad un altro celebre Pietro, un nostro conterraneo meglio conosciuto come Papa Celestino quinto, Pietro Angelerio del Morrone che rifiutò, dopo l'elezione alla carica di vicario di Cristo, ogni compromesso con il potere temporale della Chiesa, dimettendosi da papa. Fai in modo, caro Nicola, che il tuo Pietro approfondisca la figura di Pietro Celestino ispirandosi nella sua vita, che spero ricca di fortuna e salute, a quei valori autenticamente cristiani che Egli testimoniò, fino a dar la vita, imitando Cristo! Questo, fu l'augurio di Silone!"

Esther ha esclamato "chi lo avrebbe detto!", poi mi ha chiesto di Anna e Giacomo.

"Anna si chiama come la compagna di Turati, tra i fondatori del partito, Anna Kuliscioff. Giacomo invece come Matteotti... ma anche i miei cugini portano nomi a mò di simbolo, Giovanni come Amendola, padre di Giorgio, attuale dirigente del piccì morto in seguito di ripetute bastonature delle squadracce fasciste e Ferruccio come Parri, tra i leader del partito d'azione, tra i capi della Resistenza e fondatore della Repubblica... Tutti questi personaggi tra cui il solo Parri è vivente, hanno lottato per un ideale democratico, per la libertà, la giustizia..."

"È molto bello tutto questo, dovete farvi onore nella vita. E tu? Sei molto attaccato alla... Marsica, ho detto bene?, al tuo paese?, vero Pietro?"

"Si, molto, moltissimo. Lassù ci sono le mie radici, il mio cuore, la mia memoria. Quando ero piccolo vi ho trascorso settimane intere con i miei nonni, periodi meravigliosi e felici, quelle montagne e il pianoro del Fùcino sono il mio specchio esistenziale e spirituale, la mia serenità. Quando la sera mi affaccio al davanzale della finestra della mia cameretta, per ascoltare il silenzio e la pace di quei luoghi e guardare il cielo stellato... che sensazioni!, eh Celano!, non vedo l'ora di andarci con te. È un bel paese, antico e caratteristico, ricco di storia e di Chiese, come del resto tutto l'Abruzzo; lassù abbiamo una vecchia casa alla quale sono affezionatissimo per i ricordi passati e per gli anni attuali e che verranno. In quella vecchia e cara casa, con i miei nonni e la mia famiglia, ci riuniamo spesso d'estate, a Natale, a Pasqua... ed è bello raccogliersi insieme davanti al caminetto che scoppietta, ad ascoltare le antiche storie che raccontano mia nonna, mio padre, mio zio, storie di pastori, fiabe, leggende... aneddoti sui personaggi di quelle contrade, di quando c'era il lago del Fùcino, prosciugato e bonificato dai Torlonia, la famiglia più ricca e possidente della Marsica e forse dell'intero Abruzzo. Lassù, come mi piace dire, c'è il mio cuore, la mia memoria, la mia storia inizia in quella terra fra quei pianori e valichi, forse, anzi sicuramente, prima che io nascessi come dissi qualche sera fa a casa di Romolo, ricordi?, ma nonostante i miei natali spirituali, considero anche Napoli la mia città, dove poi sono nato, ma che un po' come tutti amo e odio, e poi a Napoli ho conosciuto un angelo, un po' terribile!, tu, tu... Esther!"

Ho pensato "stavolta non mi sfuggi bella mia!" L'ho attirata a me, non è sfuggita, anzi...

Tra baci, sussurri, carezze ho continuamente versato da bere e ci siamo intronati. Mangiata anche la caprese ci siamo lasciati andare al brio e all'allegria che il vino ci ha trasmesso, in un'atmosfera di scioltezza, di serena intimità.

La candela, ormai consunta, emanava una sempre più flebile luce. Siamo stati avvolti dall'oscurità appena illuminata da un faretto in giardino, il bosco intorno trasmetteva freschezza, ma i nostri corpi diventavano sempre più caldi, riscaldati dal sole che avevano assorbito nel pomeriggio, dal vinello e soprattutto dal nostro reciproco desiderio di abbandonarci l'uno nell'altro. Abbiamo dimenticato ogni pensiero e abbracciati siamo andati in casa.

Tra un bacio e un altro lentamemte ci siamo inerpicati su per la scala a chiocciola, Pietro mi ha preso in braccio come fossi un fuscello e nono stante le mie seppur deboli rimostranze. Era dotato di una forza imperiosa, ma non faceva nessuno sforzo. Mi ha posato dolcemente sulle lenzuola profumate a fiorellini che aveva preparato con delicata premura, l'ho invitato a raggiungermi in quel giaciglio dove avremmo consumato amore piacere sogni e sonno...

E' sgorgata intorno a noi poesia dolcissima che Pietro ha saputo attirar con un gesto magico ed evocativo, si è posto in sintonia con la poesia del mondo che in quella sera aveva deciso di essere tra noi due, come un'amica attirata dalla bellezza dei nostri cuori pulsanti. Abbiamo lasciato libere le nostre labbra, e così le lingue, Pietro mi ha sussurrato come una litania, quasi cantando, versi in mio onore e mi ha incoronata regina del suo cuore, unica stella del firmamento, raminga acqua del mondo, mi ha baciato ogni capello, per ciascuno trovando suggestioni ricolme di tenerezza, mi ha invitato a volare come due satelliti persi nel vento facendomi ascoltare la musica dolce che gli risuonava vibrante dal petto, il tempo del tramonto e della danza si è imposto irragionevole, Eros ha fatto il suo ingresso. Siamo scivolati nudi nel giaciglio per incontrarci in un luogo accessibile solo agli amanti, il nostro passaporto un amore limpido avvolto nelle fiamme di una passione bruciante.

Ogni confine sconfinato, le nostre mani, le nostre bocche e così le braccia si sono confuse; completamente liberi ci siamo congiunti in un amplesso senza fine...

Si dice tra gli abitanti di quei luoghi che qualcuno passando nei dintorni scorse una luce sprigionarsi da quella casa in quegli attimi infiniti, un bagliore salire fino al cielo e rifrangersi su una stella che sostava sopra il piccolo tetto rosso, per poi discendere fino a trasformarsi in una ninna-nanna che fece naufragare nel sonno quei teneri e mansueti ragazzi.

Abbiamo assaporato increduli i frutti del piacere e così del sonno che ci ha preso mentre ci siamo vegliati in silenzio, quasi piangendo di gioia per quel nostro amore normale.

Nessuna ricchezza, niente di niente poteva essere barattato per quei momenti, i nostri occhi si sono fatti sempre più pesanti e non c'è stato più confine tra la veglia e il sonno; ci siamo dati tacendo appuntamento per un nuovo incontro nei viaggi notturni, e trasformati in due aquile protese nel vento mano nella mano ci siamo addormentati stretti, con il calore sicuro che emanato dai corpi nudi e i cuori sinceri, e liberi.

Durante la notte mi sono svegliato per la sete che il peperoncino, generosamente messo nel sugo, mi aveva provocato. In silenzio sono sceso in cucina per bere attaccandosi alla bottiglia d'acqua gelata, ho sentto Flauto raschiare la porta miagolando. L'ho fatto entrare e in una ciotola ho nesso del latte, Flauto ha bevuto e mi ha fatto le fusa; poi mi ha seguito mentre risalivo, ho acconsentito che venisse con me ma gli ho detto puntualizzando "a patto però che fai il buono!" Flauto ha detto "miao... bbbbbbbrrrrrrrrr!"

In camera da letto ho osservato Esther che dormiva beata; "forse sogna.", ho pensato, mi sono disteso evitando ogni rumore, Flauto si è fatto vicino e con un balzo morbido è salito sul letto, mi si è acciambellato di fianco vibrando con gli occhi chiusi.

Non ho più molto sonno, ho accarezzato il felino guardando lei, assaporando il silenzio della campagna e il lieve cicalio, questa quiete invisibile mi appariva quasi surreale, un vero e proprio miracolo, ripensando alle notti inquiete, ai fantasmi che non mi facevano dormire, a Esther che non c'era neanche nei sogni.

Adesso è tra le mie mura, scenografia e luogo ideale: lei, come aveva promesso, è tutta mia. Ho pensato "è con me!, ma fino a quando? Per sempre?"

Quel pensiero mi ha lasciato sgomento: non mi riusciva immaginare quel "per sempre..."

Ho iniziato un serrato dialogo interiore "per sempre... oppure un giorno quest'amore finirà e si spegnerà... e ci lasceremo. Ci lasceremo? Perchè no? Esther potrebbe dirmi: non ti amo più o magari potrebbe accadere il contrario... ma no.... non è possibile è un amore infinito questo... Esther... è la donna della mia vita... la donna che ho sempre sognato, e spero altrettanto..."

L'ho guardata e come rivolgendomi a lei le ho detto mormorando "Esther ti amerò sempre e non ti dimenticherò mai... nel mio cuore il tuo spazio ci sarà perennemente..."

Per un attimo ho avuto paura; paura paura paura. Che un giorno sarebbe finita e che questi momenti incantati un giorno li rimpiangerò con nostalgia struggente. Mi sono sentito stretto e attanagliato da una forbice, non riuscivo a concepire che quest'amore potesse consumarsi, ma non riuscivo, al tempo, ad immaginare neanche un amore per tutta la vita. Un leggero brivido d'ansia mi ha ferito, poi ho scacciato via questi pensieri forse più grandi di me e mentre i miei occhi scorrevano sul viso di Esther mi è sembrato quasi che lei mi parlasse, tranquillizzandomi... "Pietro lascia via questi pensieri... che sciocco che sei, io ti amo, ti amerò per sempre, Pietro, Pietro..."

"Per sempre, per sempre...", il mio ultimo pensiero prima di riaddormentarmi.

Esther dormiva ancora, il sole era abbastanza alto, ero già in movimento. Preparata la colazione, ho passeggiato in giardino giocando con Piffero e Flauto. Poi sempre seguito dai due ho corso nel bosco, respirando a pieni polmoni e ho concluso la breve attività fisica con degli esercizi di ginnastica. Mi sono lavato scrollandomi via tutto il sudore che durante la notte mi aveva avvolto per via del peperoncino, dell'amore e del calore. Sono andato in camera da letto e dolcemente ho svegliato Esther, baciandola sugli occhi, senza darle il tempo di rendersi conto, sono scivolato sul suo corpo caldo, le ho detto "Esther stai sognando... stai sognando..."

Ancora nel mondo dei sogni mi ha creduto, le ho preso le mani portandole le braccia sopra la nuca, le ho baciato e leccato l'ìncavo, mi ha lasciato fare, ero già nudo e sono entrato dentro di lei senza trovare la seppur minima resistenza, la consistenza dei suoi capelli mi ha sfiorato le labbra, un raggio di sole sfolgorante ha trafitto la finestra di sbieco sul letto e avvolto i corpi trasfigurandoli.

In giardino abbiamo gustato latte e caffè, marmellata, biscotti e nutella; Esther compiaciuta ha detto "ah! ti sei ricordato che mi piace!", ridendo ne ha spalmata su un biscotto una generosa cucchiaiata. Finalmente ha accettato l'invito a fare la doccia insieme in giardino, si è sfilata la camicia da notte a sbuffi che non ho avuto modo di apprezzare non avendole dato il tempo, immediatamente finita per terra o ai piedi del letto; abbiamo assaporato il getto dell'acqua sui corpi ancora caldi per l'amore, il profumo dei fiori ci ha stordto, ci siamo stretti in un abbraccio senza parole, perdendoci nella voluttà. Lei mi ha detto che mi ama, che mi adora, senza fermarsi, tra un bacio e un altro; ha detto "tiamotiamotiamo..." , come un canto, una filastrocca dolcissima, ho ascoltato silenzioso ed incredulo, crogiolandomi incollato alla sua pelle nuda resa scivolosa e leggera dall'acqua. Mi sono inebriato di quel canto che Esther mille e mille volte ha pronunciato, quella frase, così banale, ovvia, thema di films, canzoni... E' una scoperta, un nuovo mondo, una frase ancora sconosciuta al mio linguaggio. Ero acerbo a quell'inondazione di frasi d'amore, ma con gioco sottile ho fatto si che lei mi ribadisse senza sosta il suo amore, prima di ribadirle io il mio; non è stato necessario farle capire che volevo la sua bocca dappertutto, che si poggiasse su ogni parte del mio corpo, che la sua lingua assaporasse l'acqua mischiata ai nostri odori e profumi, che i suoi capelli bagnati mi accarezzassero il petto.

Mi sono sentita in possesso di armi erotiche micidiali, Pietro mi ha condotto quasi a prostrarmi a lui, mi piace sentirmi sua, mi eccita il fatto che dipende da me, che se stacco le mie labbra dal suo corpo lui mi rincorrerebbe dappertutto e che poi s'inginocchierebbe a pregarmi; ho ribaltato allora il giuoco, e i miei baci sono diventati tortura, ho magnetizzato ineluttabilmente Pietro. Il suo desiderio di sangue è rinato. Non riusce adesso lui a staccarsi. Oscillavo, mi avvicinavo e mi staccavo; lo baciavo e lo guardavo; è completamente soggiogato, mi attira ma io sguscio via, mi ha implorato, ho oscillato, gli sono andata vicino...

Non capivo più niente, Esther mi stava torturando in un modo sofisticato, mi tormentava allontandosi, mi deliziava rifacendosi vicina, non so quante volte ha ripetuto 'sto movimento. Tormento ed estasi, ho ricordato Apuleio, e la fiaba di Psiche e Amore, le delizie estasianti del gioco amoroso, poi non ce l'ho fatta più, e ho messo fine a quel crescendo di erotismo, esplodendo in un urlo d'amore che è scivolato via dalla mia bocca e dal mio corpo investendo Esther del suono e del mio seme. E' stato uno spasimo violento e accecante, l'ho abbracciata con tutta la mia forza fino a farle male a levarle il fiato, schiacciandole i seni sul petto in un bacio senza respiro. Completamente inebetito ho cominciato a ballarle intorno. Ho raccolto una quantità inimmaginabile di fiori e petali e li ho lanciati su lei, come una pioggia. Esther mi ha guardato divertita; ha detto "sei pazzo Pietro, sei pazzo...", ho continuato imperterrito a danzarle intorno, lanciandole i petali che le sono scivolati addosso intrecciandosi ai capelli, fermandosi sui seni e sulle gambe. Per ogni petalo mille, dolci parole d'amore, Esther è diventata la regina di quel mio piccolo, ma immenso regno che è il mio cuore, la mia vita, la mia casa.

Ho cantato dicendole "è tempo di tramontare, è tempo di danzare, danza, anima mia..."

Ho tentato poi il gioco più audace ponendole una rosa sul grembo, lei ha disteso il ventre affascinata, sottomessa e nel contempo padrona della mia libertà. Ho staccato i petali di una rosa ponendoli sul suo pube; le ho sussurrato "fiore del fiore...", mi sono accucciolato tra la congiunzione delle sue gambe mentre Esther mi carezzava i riccioli biondi, forse incredula che l'amore di un uomo, l'amore di un uomo per lei, possa assumere toni così sensuali e teneri.

Mi sono staccato ridendo, silenziosamente sono rientrato in casa, impaurito dal mio stesso amore e dalla bellezza di Esther, voglio ritornare sulla terra, forse abbiamo volato e danzato anche troppo.

Più tardi ci siamo recati al molo, dopo un caffè con Tonino siamo usciti in barca. Usciti dal porticciolo le ho detto "oggi ti porterò a Punta Infreschi, quasi a Marina di Camerota, una splendida insenatura naturale, dove i fondali sono bianchi e le acque meravigliose e così le grotte, vedrai!"

Esther si è messa a prua e le sue gambe sfiorano l'acqua che schizza e bagna anche me. E' immobile, pensierosa, le ho detto "Esther, ma che fai rimani vestita? Sono curioso di vedere il costume nuovo, te lo sei messo, spero?"

Silenziosamente, trascorsi alcuni minuti, Esther è ritornata al centro del gozzo, si è tolta il pareo e la canottiera: il costume è quello del giorno innanzi. L'ho guardata deluso; le ho detto "ma come? È il costume di ieri. Ma insomma 'sto costume nuovo quando te lo metti?"

Esther si è seduta sui prendisole e ha detto "mi spiace Pietro, ma non c'è nessun costume nuovo, questo è l'unico che ho."

Perplesso le ho detto "l'unico? Non mi dire che l'hai dimenticato? Ah, sei proprio una sbadata-distratta!"

Non che a vedere il costume ci tenessi più di tanto, però il suo modo d'interloquire non era proprio lineare, rassegnato mi sono concentrato sulla guida della barca, c'erano un mucchio di barche quel giorno.

Esther ha detto "no, il costume non l'ho dimenticato, in realtà non l'ho mai comprato..."

Le ho detto "forse non hai trovato il costume che cercavi, sei un po' difficile di gusti, vero?"

Incerta ha detto "no, non è andata proprio così!"

Francamente ho cominciato a capirci sempre meno. Che cosa voleva dire? Ho rallentato facendomi sottocosta, le ho chiesto "ma insomma non capisco, vuoi spiegarti meglio?". L'agitazione mi ha imprigionato, confuso da quella sorta di mistero che avvolgeva le parole di Esther.

Lei ha preso fiato e ha detto "venerdì pomeriggio non sono andata a far compere, si, mi dispiace, ma ti ho mentito... ma sai, ogni tanto, come dici tu, le bugie sono necessarie!", mi ha guardato dritto negli occhi, sorridendo. Mi ha messo in stato di scacco, quasi matto, ho taciuto e ho atteso che si spiegasse meglio, e svelasse la bugia necessaria.

Ha detto "mi sono vista con Paolo e... ", durante il racconto mi sono lisciato i capelli nervosamente smangiucchiandomi le unghia delle dita.

Esther ha concluso dicendo "... non mi ha domandato nient'altro, nè di te, nè dove andassi, sapendo invece che ti avevo scelto. Dopo sono stata male, ho pensato ai miei errori, a tutte le sofferenze che ho provocato a Paolo, a te e in fondo anche a me stessa. Poi niente, perchè ho pensato che sono stata sempre sincera, certo so di non aver agito sempre bene e limpidamente, però ti ripeto, non ho mai mentito e la mia confusione perchè poi doveva essere una colpa? Che ci potevo fare se tu e Paolo eravate sicuri di amarmi e di voler stare con me, mentre io ero indecisa?, comunque adesso sono qui con te... e quest'è tutto!"

Mentre ascoltavo nervosamente, non sapendo quali altre novità sarebbero venute a galla, ero disposto a tutto, anche al pensiero, assurdo, che lei avesse fatto l'amore con Paolo, ho ripensato alle sue stranezze al telefono venerdì sera, ma ho capito quel che c'era da capire; la gelosia, riemersa in quei minuti, mi ha abbandonato, ho intuito la trasparente e cristallina anima di Esther. Forse Esther non si aspettava che reagissi senza dare in escandescenza, ho letto incredulità sul suo volto quando, avvicinatola, l'ho baciata, e le ho detto "va bene così. Ti credo. Sei una persona leale e sensibile. Sono orgoglioso di essere al tuo fianco!"

Non è stata una finzione, Esther mi ha sorpreso sul serio, come sempre. Con coraggio ha accettato l'ennesimo ultimatum, il confronto risolutivo. L'ha avvolto tra le sue braccia, sentito il suo amore mentre lui la bagnava con le sue lacrime. Ho pensato che forse solo un gioco del destino ha voluto che Esther è mia e non di Paolo.

E se fosse toccato a me rinunciare a lei, ebbene, non avrei desiderato anch'io quell'epilogo così doloroso, così struggente tuttavia altrettanto sincero?

Sospirando ho detto "Paolo, Paolo, un bravo ragazzo, un amico, anche se non abbiamo legato molto, ma del resto è chiaro che siamo diversi. Ricordi l'anno scorso quando cominciò a frequentare il Gruppo? Ci snocciolò le sue sicurezze, la sua rappresentazione della vita, facendoci sentire quasi dei marziani, degl'idealisti utopici che in teoria avevano tante ragioni, ma che in realtà non avevano capito gran chè di come funzionasse la vita, il mondo, la società. Ci siamo beccati in più di un'occasione e qualche volta, scherzo del destino!, ne abbiamo fatto una questione personale. Mi dava fastidio quel suo eccessivo pragmatismo, quel realismo arido e a volte quasi cinico. Ogni sogno, ogni speranza sembrava inutile e così i nostri sforzi, la nostra tensione, si perdevano nei rigagnoli dell'atavico detto così va il mondo, tengo famiglia, chi me lo fa fare!? Quei discorsi erano quasi inaccettabili, probabilmente avevano anche una loro dose di verità, ma quante verità sono ingiuste ed inaccettabili? E il suo individualismo, la sua fede incrollabile nell'individuo, quasi prometeica?, non mi convincevano. Penso che il vero e giusto individualismo è contrapporsi alla realtà, alle tradizioni ataviche, al mondo com'è. È il rifiuto di pensare in maniera dogmatica e vincolata, per dirla con Nietzsche, è porsi in modo problematico verso la vita e le questioni essenziali; rischiare il dubbio alla certezza, abbracciare metaforicamente una chitarra con più corde che emette più suoni, per rifiutare la logica bianco-nero, sinistra-destra e così via. E Paolo, forse, è caduto in un falso individualismo nel quale si identificava atteggiandosi a forte, sicuro delle sue certezze, uomo di carattere tutto d'un pezzo, ma sono convinto che questa esperienza con te, anche se frustrante, lo ha maturato smussandone le rigidità".

Approvando gran parte delle mie argomentazioni mi ha domandato ero stato mai geloso, sapeva perfettamente la verità.

L'ho guardata ridendo; le ho detto "ma che domande mi fai! Che vuoi ti risponda? Certo che sono... stato geloso. Però quando ero lucido, non sempre!, mi sono sempre sentito sicuro... nonostante Paolo conoscesse le donne meglio di me e fosse più grande, più esperto. Mi sentivo pioniere di un universo sconosciuto e talvolta disarmato, sprovveduto; forse era lui che doveva adeguare le sue conoscenze ed esperienze alla realtà, a te che sfuggivi dai soliti canoni della donna passiva e preda dell'uomo cacciatore. Per me invece era tutto nuovo, tabula rasa, non per questo non ho avuto difficoltà, questo è chiaro. Ritornando a Paolo sono convinto che gli sei piaciuta proprio per la tua non convenzionalità, si era sentito sicuro di sedurti e il tuo rifiuto lo ha fatto accanire, conquistarti sarebbe stato per lui un successo mille volte più grande rispetto ad altre donne perchè si era innamorato. È probabile, e questo va ad onore della tua sincerità, che piacevi, che piaci, a me e a Paolo per le stesse ragioni, la differenza è che io penso di essere come te... mentre lui, no. Era chiaro che Paolo avrebbe avuto più difficoltà, paradossalmente l'orgoglio che provava per il suo dongiovannismo diventò il suo limite, rifiutava,forse, di vedersi come gli era piaciuto essere e sembrare fino a qualche tempo prima, forse questo è il senso del suo ultimo quesito credi al mio amore? cioè, credi che ti amo, che ti abbia compresa, che sono cambiato?"

Ho concluso il lungo monologo completamente sudato e ho allungato il braccio nell'acqua per bagnarmi i capelli e la faccia. Esther pensosa camminava sulla barca, ci siamo rimessi in marcia. Il calore appena temperato dal vento ci ha avvolto, siamo rimasti silenziosi per un lungo tratto.

Ad un tratto Esther mi ha chiesto "ma tu... con me... sei rimasto sempre te stesso?"

Le ho detto "è un'altra bella domanda... davvero! Certo, sono sempre rimasto me stesso, penso di si, ma qui entriamo in un discorso complicato. E' che per rimanere me stesso ho dovuto tradirmi, si tradire me stesso per essere me stesso, e non è un gioco di parole!, per essere fedele ad un nuovo Pietro che lentamente ma volitivamente stava nascendo in quei mesi e in virtù dell'amore per te. Sono cambiato? Certamente, ma questo mi sembra ovvio."

Incalzandomi Esther mi ha chiesto ancora "tradirti? Che cosa vuoi dire?"

"Voglio semplicemente dire che anch'io avevo le mie certezze, i miei sistemi, schemi, criteri, eccetera, ma questi ormai avevano fatto il loro tempo; mi dovevo sganciare da questi pesi che erano andati bene fin quando ero ragazzo, ma tra te, l'amore ed Eros, rischiavo di precipitare e di venire inghiottito dalla paura e dall'incertezza, senza capire, senza un'àncora. Spesso ho cercato di tirarmi indietro impaurito dalla tua carica erotica, dal tuo mondo che mi affascinava e che amavo, dal tuo pube. Un giorno ho tradito me stesso, una parte di me che non c'era più, illuso che ancora esistesse, scoprendo un Pietro che non conoscevo, e non ho avuto più paura. Quel tramonto è scivolato via senza tristezze e nostalgie. Capii che per averti ed amarti dovevo abbandonare quella parte di me, che era tempo di tramontare, e la danza potè iniziare... e stiamo danzando."

Esther ha ribattuto prontamente; ha detto "e quando è accaduto tutto questo? Quando si è consumato questo tradimento?"

"Quando? Quella domenica, quella domenica in cui abbiamo fatto l'amore. Mi svegliai risoluto e mi dissi: ora o mai più! I tempi erano maturi e anche tu. Si, avevi ancora molti dubbi, non sapevi che fare, ma mi convinsi che la tua era solo paura dei tuoi stessi sentimenti. Tempo, ormai, ne era passato a sufficenza, venne il momento di prendere per mano il destino, parlo bene eh!, fino ad allora molto era stato dovuto al caos dei nostri sentimenti, alle storie che s'intrecciavano, ma adesso, mi dissi,... basta! Agosto poteva essere un mese meraviglioso, con te oppure ti avrei dimenticata, forse con nostalgie, rimorsi e rimpianti."

Lei ha detto "e invece venni da te ignara, però avrei voluto dirti di no, ma... non ci riuscii..."

"Spesso facevi così, la neghittosa... ma ormai ero lanciato e ti avrei trascinata!"

"E che cos'altro pensasti Pietro?"

"Che eri pazza, non sapevi a cosa andavi incontro, dì la verità... pensavi alla solita ammoccatella, alle mie solite domande e insistenze, e tutto sarebbe rimasto immobile... da definirsi."

Esther ha annuito; ha aggiunto "si, ma quella mattina vidi una luce diversa nei tuoi occhi, e in quei giorni stavo davvero maturando una scelta, la mattina al mare ti desiderai con maggiore convinzione e quando venni da te mi resi conto che sarebbe accaduto qualcosa di di più. Avevo anche paura, ma paura di perderti! Il tuo amore mi apparve chiaro e ineludibile, non potevo staccarlo dalla mia vita e pensai che forse saresti stato capace di dimenticarmi, e m'immaginai sola senza di te senza la tua poesia, la tua voglia di sognare, i tuoi boccoli biondi. Avremmo potuto, come tante altre volte, parlare, parlare, invece lasciammo dietro tutte le parole inutili: era il momento dei nostri corpi che potevano intendersi per dirsi tutto quello che con le parole e i ragionamenti non eravamo riusciti a dirci, in tanti mesi!"

Ho avvolto Pietro tra le mie braccia, ho slacciato il reggiseno del costume e gli ho poggiato i seni sul viso, accarezzandogli la nuca. E' meglio però non distrarlo dalla guida, mi sono stesa sui cuscini rimanendo completamente nuda. Pietro mi ha guardato estasiato, ad un bel momento ha rallentato, ha messo a folle, ha preso il suo zainetto, ha tirato fuori una busta di plastica, curiosa l'ho guardato, dalla busta ha preso una bottiglia di vino bianco tenuto freddo da cubetti di ghiaccio, poi ha scartato qualcosa e due flute di cristallo hanno brillato al sole. Gli ho detto "Pietro sei incredibile!!" Il tappo del vino spumantino è saltato in mare, Pietro mi ha versato da bere, abbiamo brindato tra le onde del mare. Ho incitato Pietro a trovare per me e per noi il brindisi più bello ...

M'ha preso alla sprovvista, tuttavia non mi sono perso d'animo, ho guardato il cielo e dei gabbiani volteggiare, l'ispirazione è giunta puntuale; levando il calice in alto ho detto "per giorni infiniti..."

"Per giorni infiniti Pietro...", le flute sono volate a mare, quell'oceano e quei fondali sarebbero stati per sempre testimoni del nostro amore.

Siamo arrivati frattanto presso la baia degli Infreschi, abbiamo ammirato le acque limpide e i candidi fondali, la sua particolare conformazione, ci siamo introdotti nelle grotte adiacenti, dentro le quali siamo stati avvolti nei giuochi di ombre che i colori formano rifrangendosi sulle rocce rese bianche dallo stillicidio dell'acqua che filtra dalle volte rocciose e calcaree. Buttata l'àncora ci siamo tuffati felici e ridenti, nuotando come delfini. Abbiamo bruciato al sole i corpi prendendo calore.

Mangiato un panino accompagnato dal magnifico vinello frizzante, ci siamo appisolati per una buona mezz'ora, dopo la breve siesta ci siamo gettati sudati nelle acque azzurre. Abbiamo ripreso il mare ancora bagnati con il vento di faccia e dopo circa tre quarti d'ora di navigazione il porto di Scario è comparso. Un caffè freddo a granita con panna, consumato ad un Baretto lì vicino e siamo andati a casa.

Abbiamo giocato con Piffero mentre Flauto, sornione, ci osserva senza perdere una mossa; poi ci siamo dedicati alla cura delle piante, il giardino in realtà versa in uno stato pietoso, nella mia foga di ricoprire Esther di fiori e petali, ho combinato un macello: non c'è che dire: i miei genitori riguardo ai fiori sono proprio sfortunati!

Più tardi ho proposto di andare a cena a Palinuro, siamo usciti che è ancora giorno. Abbiamo lambito S.Giovanni a Piro, ammirando il paesaggio e la campagna ancora rigogliosa. Ad un tratto una montagna imponente si è stagliata; "quello è il monte Bulgheria..." le ho detto. Esther ha esclamato "che strano nome!"

Le ho spiegato che "probabilmente deriva da un fatto che ha del singolare, infatti c'è un paesetto a qualche chilometro da qui che si chiama Celle di Bulghèria dove risiede una comunità di origini bulgare insediatasi parecchi secoli orsono."

"Ma guarda un po'..."

Transitati per Lentiscosa, che domina l'abitato di Marina di Camerota, ottimo belvedere per rimirare la costa sino a Capo Palinuro, nonchè sfiorata Marina di Camerota, abbiamo percorso la strada fino alla nostra meta, ammirando il tratto della costa ricco di spiagge ed insenature suggestive. Giunti a Palinuro, parcheggiata la R4, abbiamo passeggiato per le vie del paese, scoprendo che è, strano ma vero, la prima volta che passeggiamo abbracciati; non ho potuto fare a meno di sottolinearlo; le ho detto "niente di meno siamo dovuti venire fino a Palinuro!"

Curiosando in qualche negozietto ho insistito affinchè prendesse un costume, alludendo al famoso costume. In una boutique Esther ne ha indossati per lo meno una decina, con l'effetto di spazientirmi. Aggirandomi nella boutique sotto gli sguardi comprensivi della commessa ho detto "uffaaaaa Esther, come la fai lunga!!" Poi finalmente si è decisa e ha scelto un due pezzi molto audace. Affacciandomi nella cabina le ho detto "sembra che sia stato disegnato apposta per te!".

Dopo l'acquisto ci siamo seduti a un tavolino di un bar dove, ammirando il vasto promontorio di Capo Palinuro, degustando delle coppe di gelato, ho raccontato brevemente la leggenda di Palinuro, marinaio di Enea fuggiasco da Troia; "...che, si dice, sia perito durante una tempesta proprio su questa costa..."

Dopo il suggestivo tramonto, ci siamo confessati di avere una fame da lupi, senza indugio abbiamo raggiunto la macchina.

Esther mi ha chiesto "e allora dove mi porti? In un posto bello e romantico? Mi raccomando!". Le ho detto "aspetta e vedrai!" Poco dopo con la scalcinata R4 mi sono infilato in un viottolo e sotto un grande oliveto è apparso il ristorante.

Ho sentito una voce squillante "uè!, Pietro, che piacere!!", è l'inconfondibile voce di Gerardo, mi sono voltato e gli ho detto "ciao Gerà... cumme sstài?!", ci siamo abbracciati e baciati sulle guance.

Gerardo, il titolare del ristorante, tra i più rinomati della zona, ci ha fatto accomodare ad un tavolo proprio sotto un grande olivo, e dopo le presentazioni si è allontanato per dare disposizioni al personale. Pochi minuti ed è ritornato con una bugia di terracotta, una candela profumata al geranio per tenere lontane zanzare ed altri insetti fastidiosi, e una rosa in un portafiori alto e sottile, omaggio per Esther.

Euforico gli ho detto "iamm' Gerà, portaci subito da bere, un po' di vino bianco freddo, quello tuo, quello buono."

Gerardo ha ordinato ad un ragazzo di portare una giarretta di vino e dopo averlo sorseggiato insieme ha preso le ordinazioni.

Esther ha detto "è simpatico Gerardo, è un posto molto bello ... e dimmi, si mangia bene?"

"Eh, vedrai, Gerardo è uno chef d'eccezione, oltre ad essere un simpaticone, noi da quando veniamo da queste parti non manchiamo mai di cenare qui, naturalmente è stato Tonino a indicarcelo, sono infatti amici di vecchia data."

Frattanto sono arrivati gli antipasti: soutè di vongole, polipo all'insalata, bruschette e mozzarelline. Poi la cena è entrata nel vivo ed è stato lo stesso chef a servire delle linguine ai frutti di mare al cartoccio. Poi dei tranci di pescespada alla brace, gamberoni pure cotti sulle carbonelle, e infine ha servito del tonno sott'olio che aveva pescato nelle scorse settimane, il tutto accompagnato da insalata con radicchio e inaffiato da ottimo vino.

Sempre più brilli abbiamo cominciato a ridere come due scimuniti, per le battute più sciocche, rammentando aneddoti e vecchie storie. Gerardo, intuendo la particolare serata e che Esther era la mia 'morosa, è stato discreto e soltanto alla fine della cena, dopo aver fatto arrivare come dessert fragole bagnate nel maraschino, amaro e caffè, si è seduto con noi per afre due chiacchere. Gli abbiamo fatto i complimenti ; gli ho detto "Gerà, si semp'ò megl'!!, abbiamo mangiato divinamente... vero Esther?". Lei si è fatta seria, si è complimentata con Gerardo, ha detto che il vino era davvero buono, al chè Gerardo, sapiente conoscitore degli effetti afrodisiaci della bevanda preferita di Bacco, ha chiamato un ragazzo affinchè venisse portata un'altra giarretta, scatenando le nostre risate. Tuttavia, e sia detto per inciso, di cibi e bevande che stuzzicassero i nostri appetiti erotici non ne avevamo affatto bisogno!

Al commiato Gerardo mi ha chiesto "e quando ci rivediamo nè Pietro? E papà, mammà quando vengono?"

"La settimana prossima, e si faranno vedere sicuramente."

Gerardo mi ha strizzato l'occhio non mancando di fare i complimenti ad Esther. Dondolando e senza smettere di ridere e di toccarci ci siamo infilati in macchina. Esther scettica mi ha detto "ma come farai a guidare visto che ti trovi in questo stato...?"

Di rimando le ho detto "stato...ebraico...!!" Esther ha riso di gusto contagiandomi.

Sulla spiaggia del Troncone non molto lontana, ben illuminata dalla luce della luna che si rifrangeva sul mare, mi sono rimboccato i calzoni e abbiamo camminato sul bagnasciuga con l'acqua che ci bagnava le caviglie. La luce ha reso i nostri visi splendenti, e dopo aver percorso quasi tutta la spiaggia ci siamo accoccolati sulla sabbia a guardare le onde, ad ascoltare il rumore del mare, gustando silenziosi lo spettacolo. Alla nostra destra si scorgeva la punta del promontorio di Palinuro e la luce del faro sulla sua sommità, abbiamo fatto il bagno nella marea calda, rincorrendo a larghe bracciate la luce delle stelle che si specchiava nell'acqua accendendola. L'assoluta solitudine ci ha invitato all'amore e la soffice sabbia si è rivelata ottimo giaciglio delle pelli bagnate, asciugate da i nostri respiri caldi ed ebbri di poesia. La luce lunare e azzurra illuminava i seni e gli occhi di Esther; cantando nel vento di quella notte le ho detto "oh! mia sirena... oh! mia sirena..."

Una volta a Scario Pietro mi ha proposto di aspettare l'aurora.

Abbiamo tirato a fare tardi, erano infatti quasi le 4 del mattino e che cosa c'è di meglio se non veder albeggiare? Mi sono entusiasmata per questo gioco senza fine, dove il tempo sembra sospeso, piegato dal nostro desiderio di non perdere neanche un secondo della nostra vita. Cosa è veramente essenziale se non ed esclusivamente il nostro amore? Ci siamo stesi sulle sdraio, taciturni, la luna con i suoi ultimi raggi s'intrufolava tra le piante colorandole e ammantandole di un azzurro che dava sul bianco. Pietro si è allontanato ed è entrato in casa. La notte è particolarmente calda, un vento di scirocco sottile compensa la frescura della boscaglia intorno, il sale sulla pelle mi ha dato fastidio, mi sono spogliata, ho raggiunto la doccia nascosta dietro una siepe sulla quale corollano fiorellini bianchi e profumati, per terra c'è della ghiaia e dei sassi di spiaggia, levigati dal mare, lo scroscio è freddo, mi ristoro.

Tanti pensieri frattanto, limpidi sconnessi e strani. Sto bene, ma ho paura. Tra qualche giorno questa magia finirà e staremo lontani. Mi farà bene. Mi farà bene? Ci farà bene. Ci farà bene? Vorrei e non vorrei, ma non è possibile. Pietro intanto non finisce di stupirmi. Nella sua delicatezza riesce a rendere tutto così leggero.

Quando Paolo volle fare all'amore non furono soltanto la sua violenza e arroganza a darmi fastidio, per non dire altro, ma anche il fatto che senza nessuna accortezza e sensibilità lui tirò fuori dal cassetto del comodino dei preservativi, e non penso che ci stavano per caso. Aveva preparato tutto, aveva pianificato la serata. Quella sera gli corse in faccia un sorriso tra la beffardo e la sicumera di chi sa il fatto suo, che vuole dimostrarti che è uomo, uomo vissuto, navigato play-boy. Fu una scena che mi diede il voltastomaco e non perchè non ritenevo necessario usare delle precauzioni, ma Paolo sapeva che ero vergine e la mia prima volta non l'immaginavo col preservativo.

Con Pietro è andata proprio come ho sempre desiderato, non si parlò di precauzioni, tutta la poesia di quegli attimi si reggeva su particolari minimi e cruciali e siamo stati abili, e anche fortunati quel pomeriggio. Quando abbiamo fatto di nuovo l'amore Pietro mi ha detto sussurrando "Esther: siamo uomini e donne, e non caporali... a parte scherzi, io sono pronto a prendermi le mie responsabilità di uomo maturo!" Ho capito tutto, ma io ci avevo già pensato. Sono un paio d'anni che mi reco periodicamente da una ginecologa amica di Clara. Ci sono andata il giorno dopo aver fatto l'amore. Lei è stata molto contenta. Abbiamo toccato il tasto, abbiamo parlato di maternità responsabile, di maturità. Ho sentito che diventavo una donna, che ero una donna, che sono una donna. Caterina mi ha suggerito la pillola, quella a più basso dosaggio, perlomeno per questi primi tempi, a settembre farò delle analisi e poi si vedrà. Quando l'ho detto a Pietro, non senza impaccio, lui è stato tenero ma anche sorpreso. Non se l'aspettava. Ha detto mezzo inebetito "la pillola?!", e si è grattato la testa. Gli ho spiegato un mucchio di cose, mi ha ascoltato incuriosito. Poi ha voluto vederle, stupito mi ha detto "così piccole?!" Mentre facevamo l'amore gli ho detto di ferirmi con il suo seme, è rimasto perplesso, poi...

Che sciocca, lo shampoo mi brucia gl'occhi, è sopraggiunto Pietro; gli ho detto "dai vieni anche tu..." Non si è fatto pregare, per una volta tanto sono io a prendere l'iniziativa. Gli piace che il gioco delle parti si è invertito. In un batter d'occhio è nudo. Ma mentre si è spogliato ha eseguito uno strano movimento, l'acqua che piove e i miei occhi ancora arrossati non mi fanno ben distinguere...

Meraviglioso. Adesso è davvero il momento buono, la sorprenderò. Ti sorprenderò. Vuoi che venga, cara Esther? Ceerto che vengo a fare la doccia, cara Esther, vado a nozze! Via i pochi vestiti, fa caldo, sono sudato, con abilità sfilo dai calzoni lo scrigno, e dallo scrigno il bracciale, lo nascondo nella mano, mi sono cacciato sotto l'acqua gridando per la frescura, è acqua di pozzo queta, semi gelida. Mi sono stretto a lei, a pochi centimetri dalla sua pelle. Le ho raccolto i lunghi capelli infradiciati quasi a formare una treccia, l'ho baciata sulla fronte, poi sulla bocca, poi sul collo, poi tra l'incàvo dei seni, poi sui seni, poi sui capezzoli, poi sul ventre, poi sull'ombellico, l'acqua scorre e io navigo, si forma un ruscello che gli giunge fin giù, alla congiunzione delle sue coscie, risalgo, siamo faccia a faccia, protesi; le ho sussurrato "anima dell'anima mia..."

Teneramente le ho carezzato le braccia, poi le ho baciato il collo e la nuca, e sono scivolato sul braccio destro ricoprendolo di piccoli baci fino ad arrivarle al polso, gliel'ho carezzato solleticandolo, lei ha detto "ah!". Ho schiuso le dita e sul palmo della mia mano è brillata la maglia sottile del bracciale con i tre ciondoli, senza dire una parola gliel'ho chiuso al polso. Senza dire una parola lei lo ha guardato brillare.

Ormai è quasi giorno, la luce del sole ci ha sorpreso grondanti di migliaia di goccioline d'acqua, grondanti di desiderio, tra le lenzuola abbiamo rinnovato quest'amore normale.
(continua)




permalink | inviato da inpartibusinfidelium il 11/12/2007 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
11 dicembre 2007
Intangibile amore: I parte del 3° capitolo
 

 

DELFINI

 

Tu non dormi.

No. Io non dormo.

Stiamo parlando sotto le stelle, siamo qui,

due rose meditabonde nella pace della terra.

 

R. Jimenez

 

Mi sono alzato quasi all'alba ancora un tantino incredulo; ho chiuso il borsone attenendomi con scrupolo a tutte le raccomandazioni di mia madre circa la chiusura casa. In garage ho caricato il bagaglio, salutato Don Salvatore che ancora si lamentava. Ho fatto lavare la mia R4 rossa. Fatto il pieno e controllato acqua, olio e gomme; poi in un Bar ho preso cornetti e caffè; fattasi l'ora stabilita mi sono fiondato da Esther.

Mi ha invitato a salire, ne avrei fatto volentieri a meno; per le scale ho fatto mente locale su quel che avrei risposto alle probabili domande indagatrici dei suoi genitori.

Infatti, dopo i saluti cordiali, mi hanno chiesto come mai Esther parte sola con me; hanno detto "...e i tuoi?"

Con calma ho risposto sicuro "i miei sono già partiti con l'altra macchina con mio fratello e mia sorella oltre un notevole bagaglio".

Esther ha tirato il fiato silenziosa, i suoi rassicurati, il padre ci ha augurato "buon viaggio!"

La madre, zelante, ha detto "andate piano, mi raccomando e tu, Esther, comportati bene, da ragazza educata quale sei... facci fare una bella figura!"

"Certo mamma, certo... non ti preoccupare!", ha detto mezza seccata facendomi cenno di andare. Da perfetto cavaliere le ho preso la valigia non prima di stringere la mano ai suoi. Finalmente abbiamo oltrepassato la soglia di casa, ma la madre ci ha richiamato per domandare se a Scario c'era il telefono.

Senza la minima incertezza ho risposto "no, Signora! Sapete, è una casa che utilizziamo quasi esclusivamente d'estate e mio padre lì vuol stare tranquillo... Ma non si preoccupi, telefoneremo noi... Arrivederla, Signora."

Convinti di essere già in viaggio, ecco che il padre ha richiamato ancora la figlia rammentandole che non più tardi della domenica successiva doveva rientrare per raggiungerli a Massa Lubrense. Esther ha annuito trattenendo il suo giustificato fastidio, per fortuna è stata l'ultima raccomandazione, siamo finalmente partiti.

Ci siamo infilati in auto, baciandoci eccitati ed euforici. Pietro ha acceso il motore e mi ha fatto l'occhiolino, gli ho detto "vai, vai Pietro, corri..."

Ha accelerato ridendo, il vento caldo è entrato dai finestrini scompigliadoci i capelli, ad un tratto Pietro ha rallentato e con una smorfia ha indicato i caffè ormai rovesciati sui tappetini. Dopo un certo disappunto ci siamo fatti una bella risata, gli ho detto "ma allora il tuo è proprio un vizio che fai cadere sempre le cose!"

Abbiamo accennnato alle petulanti domande dei miei genitori e imboccando l'autostrada, porgendomi un cornetto, Pietro mi ha chiesto "ma i tuoi che sanno di me... di noi?"

Ci ho pensdato un attimo; gli ho detto "ti stimano molto, per loro sei un bravo ragazzo... pensa un po'...ah se sapessero invece quanto sei marpione! Sanno che ti voglio bene, che mi vuoi bene e mi corteggi seriamente..."

Pietro, lasciando il volante per un attimo, ha detto "tipo... scopo matrimonio?"

"Più o meno... si, per loro siamo fidanzati... poi si vedrà!"

Abbiamo fatto cadere il discorso, sicuramente troppo impegnativo, ci siamo inebriati di musica cantando tra bacetti e carezze. In prossimità di Salerno abbiamo ammirato Vietri sul Mare e la parte di costa che declina verso Amalfi. Pietro mi ha indicato l'estremo meridionale del golfo di Salerno, Punta Licosa, lanciando il braccio ha detto "alle sue spalle c'è capo Palinuro e un tantino più a sud Scario."

Di lì ad un ora circa Pietro ha rallentato e si è fermato ad una piazzola nei pressi di Campagna, credo, per mostrarmi un bacino artificiale che forma una sorta di laguna, una conca immersa in boschi e canneti dalle acque verdi. Ho osservato il paesaggio incantata da quei colori ancora vivi e forti nonostante l'estate avanzata. Qualche chilometro dopo Pietro mi ha fatto cenno di guardare le montagne sopra di noi, i monti Alburni; ha detto "che montagne!, non trovi anche tu che somiglino alle Dolomiti per la loro imponenza e la roccia bianca ed aeburnea, appunto, come le decantò Virgilio?"

Ho annuito, le vette che l'autostrada feriva mostrandone i contrafforti, i pianori, le valli e le gole erano veramente suggestive e rimandavano davvero, seppur meno elevate, alle Dolomiti del Trentino. Il cielo azzurro, senza una nuvola e il contrasto dei colori ha reso tutto quasi incantato e fiabesco. L'eloquio caldo e l'entusiasmo che sprizza Pietro mi hanno avvolto in un'armonia serena, quei luoghi sono diventati immediatamente sacri nella mia memoria nonostante il rapido passaggio.

Nei pressi di Polla, Pietro ha detto "ed ecco il Vallo di Diano! E' veramente suggestivo e sconfinato, non trovi?"

Il Pianoro pian piano si è mostrato in tutta la sua grandezza, ad est separa la Campania dalla Lucania, ad ovest traccia il confine del Cilento interno da quello costiero, mentre a sud si apre verso le Calabrie, ed è verdeggiante con la campagna ben ordinata e coltivata.

Mi ha poi indicato l'abitato di Sala Consilina con le sue casette a mo' di presepe sotto le montagne; "... e Padula e la Certosa di cui mi hai accennato?", gli ho chiesto curiosa.

"Tra pochi minuti ci arriveremo, vedrai che meraviglia!", ha detto roteando l'avanbraccio.

Poco dopo abbiamo lasciato l'autostrada e ci siamo diretti a ritroso verso Padula, il paese che diede i natali nientepopodimeno che a "Joe Petrosino, poliziotto americano ucciso a Palermo dalla mafia siculo-americana!", mi ha rivelato Pietro. Il paese è quasi del tutto inerpicato, come quasi tutti quelli del sud, su di una collina, mentre la maestosa Certosa di San Lorenzo giace ai suoi piedi.

"Ecco le mura della Certosa...", ha detto Pietro e mi ha narrato brevemente la storia del grande Convento...

"A forma di graticola?", gli ho chiesto stupita.

"Si, strano ma vero, è la forma della Certosa, San Lorenzo, di cui porta il nome, fu bruciato vivo su di una graticola e a ricordo di quel doloroso martirio la si costruì in questo modo!"

Ci siamo addentrati quindi nella monumentale Certosa, e nonostante i restauri in corso, ne abbiamo ammirata la bellezza, e così tutte o quasi le opere d'arte e i reperti archeologici ivi conservate. Sono rimasta estasiata dall'enorme Chiostro e dalla cucina dei monaci maiolicata e dall'immenso e semplice refettorio, e così ancora da una scala disegnata dal Vanvitelli.

Dopo una passeggiata nei boschi e nei giardini adiacenti abbiamo fatto una pausa, bevendo un aperitivo in un bar vicino; una capatina a Padula, per visitare il suo caratteristico centro antico, ci siamo rimessi in marcia. Passando per Buonabitacolo mi sono soffermata sul nome singolare del paesello; ho detto "non c'è che dire: devono essere tutti buoni da queste parti e infatti lo vedi anche dalla gente che ti sorride, è bello pensare che ci sono oasi di bontà, luoghi dove i rapporti tra le persone sono ancora plasmati dalla solidarietà..."

Pietro annuendo ha detto "è vero, pur non conoscendo bene queste contrade si ha la sensazione che qui ci siano rapporti umani meno violenti ed egoistici e così meno influenzati dal consumismo, inoltre è probabile che qui resistano ancora sane tradizioni contadine miste ad un cristianesimo autentico e popolare... E' anche così lassù, dalle mie parti, nella Marsica; certo, lì sono in prevalenza montanari e sicuramente più chiusi, ma come quaggiù si respira un'altra aria... un'aria di libertà!"

Abbiamo continuato a chiaccherare strada facendo, macinando chilometri su chilometri tra boschi e radure ammirando il paesaggio.

"Finalmente... ecco il mare!", ha esclamato Esther.

Il golfo di Policastro si è aperto davanti ai nostri occhi che si sono incrociati soddisfatti; le ho stretto la mano, il sogno comincia a diventare realtà!

Giunti a Scario abbiamo sostato in una salumeria per comprare dei panini; Esther ha detto "e adesso andiamo a casa, sono curiosa di vederla!"

Presa la strada che collega Scario ad altri paesi del Cilento, dopo qualche curva ho imboccato una viuzza sterrata di campagna, e dopo poco, circondata da molti alberi, è comparsa la casa: una costruzione non grande, su due piani, in pietra viva con le imposte delle finestre verdi e il tetto di tegole rosse a spiovente, sul quale spicca il comignolo del caminetto. Ci siamo baciati felici; le ho chiesto se le piace; ha detto "si, è davvero bella e quanti fiori, proprio come l'aveva descritta tua madre, ma chi cura i fiori e la casa negli altri mesi?"

"Tonino, un nostro carissimo amico, molto legato a mio padre...Un tipo peculiare che conoscerai, dai adesso entriamo".

Ho aperto la porta facendole l'occhiolino, cedendole il passo, ho dischiuso gli scuri e le imposte, e la luce ha inondato la casa scoprendola nella sua semplicità e accoglienza. Anche le mura interne sono in pietra viva mentre il pavimento e di un cotto rossiccio. La stanza al piano terra è un soggiorno-salotto con al centro un grande tavolo di legno rettangolare, con intorno panche e sedie impagliate, spicca inoltre un grande camino con delle poltrone raccolte a semicerchio.

Siamo rientrati nel soggiorno, l'ho invitata a salire al piano di sopra al quale si accede mediante una scala a chiocciola di legno con i manici di corda; divertita ha detto "uuhh che sfizio!" Ci siamo inerpicati contenti come due bambini.

Sul pianerottolo ho aperto una porta e ho detto con aria sicuramente da marpione "ed ecco la stanza dei miei...dove dormiremo...". Lei ha sorriso senza malcelare una sottile malizia nello sguardo. Le ho poi mostrato le altre camere e il bagno, le ho anche detto di fare attenzione al soffitto, in alcuni punti abbastanza basso, in effetti è una mansarda.

Esther facendo una piroetta ha detto "insomma è una casa di montagna... al mare!"

"In effetti è proprio così, del resto come si poteva pensare che un montanaro come mio padre facesse diversamente? La casa, conoscendo il tipo, si adattava alle condizioni che lui aveva posto quando mia madre gli propose di acquistarla. Fu tramite Tonino che la trovammo e superato un po' di scetticismo, anche mio padre se ne innamorò, ma a condizione, appunto, che fosse stata arredata come una casa di montagna, come un rifugio... Mamma lasciò fare, intuendo il compromesso doveroso... sono contento che ti piaccia... vedrai, staremo alla grande!"

Mentre Esther di sopra sistemava le sue cose, ho approfittato per aprire l'acqua, attaccare la luce e controllare se ci fosse gas nella bombola; poi ho recuperato la mia amaca fermandola a due alberi, vicino al patio che lateralmente cinge la casa; ho telefonato a Tonino per annunciargli il mio arrivo...

"...allora ci vediamo tra poco al porticciuolo, ciao Tonì!"

Esther ha disceso le scale e con uno sguardo stupito mi ha detto "ma come? Allora il telefono c'è?! Sei proprio un bugiardo..."

Come niente fosse le ho detto "certo, ma sai, le bugie ogni tanto sono necessarie..."

"E se i miei lo scoprono?"

"È impossibile, è intestato a Tonino e solo pochissimi lo conoscono, comunque ho parlato proprio con Tonino, ci aspetta al porto, ci presta la sua barchetta, un bel gozzo, e andiamo a fare il bagno, okey? Nel frattempo fo una doccia in giardino, la fai con me...?"

"Uhm... no, la farò di sopra... poi mi preparo e ce ne andiamo" .

In giardino mi sono messo sotto lo scroscio freddo dell'acqua nudo, che questo è il bello qui, isolati e lontani dal mondo, da tutti e tutto come aveva detto Antonio "un piccolo paradiso". Ho chiuso gl'occhi e cantato "portami via con te...rubiamo insieme un isola..."

In mansarda mi sono infilato il costume e dei calzoncini, e dentro una specie di zainetto tipo militare, che ricorda i miei trascorsi di extraparlamentare, ho messo sigarette, accendino, soldi e un telo. Ho bussato sulla porta del bagno e ho detto "Esther posso entrare?"

"No, dai Pietro, aspettami giù sono quasi pronta."

"Va bene però fai presto...", ho represso la curiosità di vederla magari nuda sotto la doccia, ma ormai siamo qui e lei sarà "tutta mia!".

Passato un buon quarto d'ora, mentre gironzolavo in giardino, è comparsa Esther; ha detto "allora, andiamo?". E' avvolta in un pareo dai colori forti che ne esaltano la bellezza mediterranea e che le fascia le gambe e i fianchi; indossa inoltre una canottiera che aderisce ai seni evidenziandoli nel loro fulgido turgore con i capezzoli leggermente induriti.

In estasi ho pensato "Esther, Esther, finalmente a casa mia, dove l'avevo sognata mille e mille volte, bellissima e sensualissima, tutta per me!".

Sono rimasto imbambolato ad ammirarla e venerarla come una Dea. L'ho raggiunta e l'ho omaggiata dei complimenti più belli e gentili che una donna può desiderare, credo; l'ho baciata abbracciandola forte e ho cominciato a muovermi ruotando su me stesso sollevandola da terra, sempre più forte, vorticosamente, velocissimamente...

Esther è stata al gioco divertita e leggera, poi ci siamo fermati, la testa ci gira come una trottola. Spediti siamo andati al porto.

Tonino, un uomo sulla cinquantina natio di Sapri, vive a Scario con la sua famiglia in una casa in campagna, ci aspetta nei pressi del molo nel piccolo e ridente porticciolo che guarda a sud verso Maratea, Scalea e Diamante, mentre a nord verso Capo Palinuro.

Appena mi ha riconosciuto si è alzato; ci siamo abbracciati e baciati sulle guance; Tonino ha detto "ciao compà, cùmme stai?"

"Bene, benissimo e tu Tonì?, e tua moglie, i ragazzi?", gli ho presentato Esther. Con gesto ossequioso Tonino ha detto "onoratissimo, e complimenti Pietrù, che bella figliuola, Esther? Che bel nome!"

Esther divertita ha detto "grazie e piacere di conoscerla."

Il buon uomo mi ha guardato e ha detto "Pietro ma come? Esther mi dà del lei? No, Esther io sono Tonino per tutti e anche per te."

Abbiamo chiaccherato della stagione e del turismo sempre più caotico e dei miei genitori; poi Tonino ci ha invitato a seguirlo lungo il molo per raggiungere la barca. Ad un tratto è saltato su un gozzo bianco e azzurro con dei prendisole color crema.

Gli ho detto "ah! Ebbràvo, hai cambiato il gozzo, eh?"

"No Pietro, il mio sta lì, non lo vedi? Ma allora... tu non sai niente?"

Incuriosito gli ho chiesto "no, perchè, cosa dovrei sapere?"

"Eh eh, è una sorpresa di papà il gozzo... è vostro!"

Stupito ho detto "nostro?, hai capito il babbo-montanaro Esther? Una sorpresa sicchè... ma come è andata,eh... Tonino?"

"Niente, compà, un'occasione, un bel gozzo sicuro, era di un amico, un compagno, ottimo prezzo, e tuo padre l'ha preso al volo, ed eccolo quà!"

Siamo saliti sul natante, e Tonino mi ha fornito tutte le notizie utili sul funzionamento e ha mostrato le dotazioni di bordo. Ci ha salutati augurandoci "buon bagno!"

Prima che si allontanasse l'ho chiamato per chiedergli di Piffero e Flauto. Tonino ha detto "stanno benissimo. Li troverai a casa al ritorno."

Esther mi ha chiesto "Piffero e Flauto? E chi sono?"

Ho acceso il motore diesel e mollata la cima, le ho risposto "ah, è vero, non ti ho parlato di loro? Piffero è il nostro cane, un pastore tedesco stupendo, mentre Flauto un gattone sfizioso, li conoscerai stasera."

Usciti dal porticciuolo ci siamo diretti verso Marina di Camerota. Piloto il gozzo in piedi dandomi arie di provetto marinaio, merito degli insegnamenti di Tonino; tengo con il braccio la barra del timone, il mare è una tavola, il colore dell'acqua cangia da un verde smeraldo ad un blù scuro, la costa scende a picco con la sua caratteristica macchia. Sul viso di Esther ho notato grande gioia e rilassamento; si è bagnata i capelli e con le mani umide mi ha rinfrescato il viso sudato. Mi sono sfilato i calzoni e la maglietta e ho invitato Esther a fare altrettanto. Lei si è sciolta il pareo mostrando le sue lunghe gambe tornite, i fianchi morbidi; e con estrema naturalezza si è liberata della canottiera lasciando i seni al vento.

Le ho detto "Esther sei bellissima... favolosa!", e ho canticchiato il ritornello intonato sotto la doccia "portami via con te, rubiamo insieme un'isola, voglio dai piedi all'anima sentirmi ancora vivo!"

Ho fatto poi caso al suo costume, le ho chiesto come mai non avesse indossato quello nuovo. Leggerissimamente impacciata, ha risposto che l'inaugurerà domani.

La barca frattanto fende il mare e il sole è alto e un leggero vento benigno tempera l'arsura, Esther mi ha domandato di Tonino.

"Come hai già potuto capire, è un ottima persona, gentile e affettuosa; molto legato a mio padre e a noi; lo abbiamo conosciuto una decina d'anni fà. Ci fu infatti la rievocazione dello sbarco di Carlo Pisacane e dei suoi uomini, ricordi quella gloriosa vicenda risorgimentale? In quell'occasione ci fu un dibattito, lo ricordo bene anche se ero piccolo. Fu invitato anche mio padre, che sulla Rivista aveva scritto un breve saggio su quella coraggiosa impresa. Sottolineò la figura di Pisacane ed elogiò questi luoghi, il Cilento, culla dei valori della libertà, dell'anarchismo e del socialismo, commuovendo il pubblico presente. Finito il dibattito vi fu un pranzo offerto dal comitato promotore, a Sapri, e mio padre capitò seduto proprio accanto a Tonino che, oltre ad esprimergli tutta la gratitudine per le belle parole, gli raccontò quel che conosceva su quella storia, svelandogli che un suo bisnonno aveva fatto parte dell'impresa. Da allora nacque una calda e affettuosa amicizia cementata dalla comune militanza socialista. L'anno dopo fummo invitati da Tonino a Scario e apprezzammo questi luoghi e questo mare. Mia madre propose di prendere una casetta, si fece complice Tonino e dopo pochi mesi lui ce la trovò... Il resto della storia la conosci. Tonino diventò immediatamente l'uomo di fiducia oltre che l'amico sincero di tutti noi. Fu, com'è tuttora, la nostra guida e ci ha fatto inoltre conoscere e gustare la buona cucina cilentana con dei pranzi favolosi a casa sua. È diventato col tempo più di un amico, come uno di famiglia, è la nostra memoria cilentana, e per lui mio padre nutre un grande affetto, e sono famose le loro lunghe passeggiate condite da infinite discussioni sulle sorti del socialismo."

Dopo un po' siamo arrivati in prossimità di una piccola insenatura, Esther ha proposto di fermarci. Ho calato l'àncora dimostrando la mia perizia nell'arte marinara sorprendendola al punto che mi ha preso in giro, come spesso si divertiva, ha detto "ma come, tu... un montanaro?!"

Mentre la cima scivolava tra le mie mani verso il fondo marino, dandomi arie da vecchio lupo di mare, le ho detto "tutto merito di Tonino...".

Mi sono assicurato che l'àncora avesse preso, ho spento il motore e ci siamo tuffati in acqua. Abbiamo nuotato intorno alla barca, l'ho cinta baciandola, l'acqua salata si è mischiata alle nostre salive dolci. Leggermente immerso le ho baciato i seni resi turgidi dal mare e dal sangue, il corpo di Esther è diventato leggero, lei mi ha preso la mano invitandomi a seguirla; ha detto "prendi fiato Pietro..."

Ci siamo immersi scendendo sempre più in profondità, quasi a sfiorare la sabbia bianca dei fondali, ho baciato Pietro provando la sensazione più liquida che avessi mai provato, ho ricordato il sogno fatto in dormiveglia nella notte, poi a corto di fiato siamo riemersi gridando al contatto con la luce. Un'oretta di sole, abbiamo mangiato i panini e bevuto una birra; abbiamo preso la via del ritorno.

Attraccato il gozzo, siamo andati a casa dove abbiamo trovato a farci le feste Piffero e Flauto.

Piffero è un bel pastore giocherellone, Flauto un grosso gatto dal pelo grigio a strisce e dai baffi lunghi; dopo le feste e le fusa, ho chiesto sorpresa e incuriosita "Pietro ma... vanno d'accordo?"

Con Flauto in braccio, e mentre gli lisciava il lungo pelo, mi ha detto "si, sono nati insieme e sono inseparabili, li lasciamo qui, non ce la sentiamo di farli vivere in città, anche loro hanno diritto ad un ambiente a misura e qui stanno bene, all'aria aperta e in libertà... Esther perchè non facciamo la doccia in giardino? Dai..." Mi ha fissato limpido. Ho capito cosa gli frullava per la testa. La doccia solo un pretesto per fare l'amore; ne ho voglia dopo i baci e le carezze audaci in barca e in mare, ho declinato però l'invito, ho voluto solo differire il momento in cui avrei di nuovo perso ogni timore per abbandonarmi al piacere di Eros, ad abbracci senza respiro, a quando i corpi avrebbero sudato saldati da un unico piacere e dal nostro amore, per sfiorare, forse raggiungere, quell'utopia che si chiama Noi.

Gli ho detto "no Pietro, preferisco farla di sopra, così..."

Ha detto "va bene, sei la padrona! Però me lo dai un bacio amore?!"

Mi sono avvicinata, gli ho dato un bacio, ha tentato di attirarmi a lui, lestamente gli sono sfuggita, entrando in casa gli ho detto "ti sto viziando un po' troppo Pietro...", lui ha detto "esagerata, per un bacio..."

Nonostante mi ha dato buca per la doccia, troppo chiari i miei intenti malandrini, non me la sono presa. Con Piffero ci siamo messi a giocare, Flauto intanto ha seguito Esther, attratto dalla sua sinuosità felina e dal suo profumo penetrante. Dopo alcune corse sfrenate con il cane, mi sono rinfrescato. Sono salito in camera da letto, ho preparato il giaciglio, mia madre mi ha dato delle lenzuola singole, ma io sono stato più furbo di lei, di nascosto ho preso quelle matrimoniali. Sono profumate, sanno di lavanda, tutte a fiorellini: Esther gradirà. Dal borsone ho tirato fuori lo scrigno che contiene il braccialetto, Esther è ancora sotto la doccia, non può vedermi; l'ho infilato nel cassetto del comodino incerto su quando donarglielo; ho pensato "si vedrà!"

Ho messo un jeans, una camicia, poi l'ho levata, troppo caldo, meglio stare a torso nudo; ho avvertito Esther che vado a preparare la cena. Sistemati i viveri negli stipi e nel frigo, ho sciaquato dei pomodori, li ho tritati e messi in una pentola, dopo aver fatto friggere olio, aglio e un piccolo cerasiello (peperoncino) piccante. Ho lavato e triturato altri pomodori e con della mozzarella ho composto la famosa caprese, aggiungendo copiosamente basilico, altettanto ne ho messo nel sugo. Ho sistemato un tavolino sul patio e dopo aver apparecchiato ho colto dei fiori in giardino per adornarlo. Esauriti gli altri adempimenti, mi sono seduto tutto sudato alla ricerca di una refolella; Esther è giunta dopo poco, insieme siamo andati in cucina. Ha assaggiato il sugo trovandolo buono, ma un po' scipito. Abbiamo calato nell'acqua che ribolle gli spaghetti, ho aperto una bottiglia di vino bianco fatto da Tonino, lo abbiamo assaggiato, trovandolo di nostro gusto. Cotti gli spaghetti, e mentre Esther faceva le porzioni, mi sono allontanato un attimo, ho preso una bugia con una candela per dare un tocco di poesia ad una serata che sognavo da lungo tempo. Le ho versato del vino e proposto un brindisi; ho detto "al nostro amore... e a te, Esther..."

"E a te Pietro. Cin-cin..."

Mangiati gli spaghetti, per i quali Esther mi ha fatto i complimenti, ha detto "sai anche cucinare!", abbiamo fatto una pausa per fumare una sigaretta. Piffero e Flauto si sono intanto accucciati sul patio, e aspettano, scodinzolando e miagolando, la loro cena. Pur impigrito, sospinto però da Esther, ho messo in due ciotole la pasta avanzata, i due animalucci si sono avventati affamati, li abbiamo guardati silenziosi. Mentre gustavano la frescura e la pace, Esther mi ha chiesto la storia del mio nome; ha detto "forse è il nome di tuo nonno paterno?"

"No, lui si chiamava Rocco ed è morto da una decina d'anni e neanche dell'altro ancora in vita che si chiama Alberto... Il mio nome ha altre origini, una lunga storia..."

"Racconta..."

"Come sai mio padre è un vecchio socialista nato nella Marsica, sin da giovanissimo ebbe a cuore le sorti della sua gente che in quei tempi versavano nella miseria e nell'ingiustizia... Fu cullato nei valori del socialismo popolare e cristiano ed aveva allora, come ancora oggi, grande ammirazione e stima per Pietro Nenni, il vecchio e carismatico leader socialista, uomo di nobili virtù morali oltre che politiche e soprattutto di grande umanità. Quando nacqui fu anche lo stesso nonno Rocco che volle chiamarmi Pietro come appunto Nenni, a suo onore e testimonianza. Ma il nome mi fu imposto anche per un'altra ragione. Come saprai, della Marsica, di un paesetto a pochi chilometri da Celano, Pescina dei Marsi, è natio lo scrittore Ignazio Silone. Mio padre lo conobbe proprio a Pescina quand'era ragazzo, subito dopo la guerra, quando Silone rimpatriò in Italia dopo il lungo esilio in Svizzera. Ne rimase affascinato e colpito, e cominciò a leggerne tutti i libri che finalmente potevano circolare liberamente. Ebbene in alcuni romanzi di Silone, quelli denominati dell'esilio, e cioè: il celebre Fontamara, Vino e Pane e il seme sotto la neve, tutti ambientati nella Marsica durante gli anni bui del fascismo, c'è un protagonista, il personaggio centrale delle vicende siloniane, che possiamo identificare nello stesso Silone: questi si chiama Pietro, Pietro Spina. Ed ecco spiegata la ragione del mio nome, in omaggio al nostro amato conterraneo che tanto aveva dato alla Marsica, all'ideale del socialismo democratico e del cristianesimo autentico. Vorrai sapere chi è Pietro Spina..."

"Si, la storia m'intriga..."

(continua)




permalink | inviato da inpartibusinfidelium il 11/12/2007 alle 17:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
11 dicembre 2007
Intangibile amore - il plot narrativo - preludio al capitolo 3°

Dunque verso Scario, nel Cilento, dove mare e sole aspettano Pietro ed Esther.
Finalmente!
E anche la casa li attende.
Saranno giorni belli e brevi. Come sempre.
Ma almeno saranno soli.

Poi arriverà la famiglia di Pietro e saranno prove di convivenza.
Qualche nube si profilerà anche per loro, sebbene focosi e ferventi innammorati.
Intanto arriverà il giorno del distacco.
Esther raggiungerà la sua famiglia.
Pietro andrà a Celano, in Abruzzo, dove l'attende premurosa la vecchia nonna, Donna Maria Carmela...

Tra poco il capitolo 3°




permalink | inviato da inpartibusinfidelium il 11/12/2007 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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